La città abilita l’innovazione quando frantuma la rigidità e apre spazi di trasformazione

La città non è soltanto uno spazio fisico o un sistema di infrastrutture: è, prima di tutto, una piattaforma di relazioni, conoscenza e innovazione. È da questa prospettiva che prende avvio la riflessione di Maurizio Carta, professore ordinario di Urbanistica all’Università di Palermo e assessore alla Rigenerazione urbana del Comune, protagonista dell’incontro che ha avviato la nuova stagione di Connessioni Digitali.

Nei prossimi giorni pubblicheremo su Innovation Island il video integrale dell’evento ma, prima, vogliamo condividere con voi l’intervista che abbiamo realizzato e che introduce i tanti temi emersi nel corso della conversazione “La città che pensa: oltre i dati, dentro le decisioni”.

Città piattaforma naturale dell’innovazione

Carta sottolinea come la città sia stata storicamente un ambiente abilitante per l’innovazione: «È stata sempre una grande piattaforma dell’innovazione», spiega, ricordando come la sua invenzione, oltre seimila anni fa, abbia segnato il passaggio da comunità chiuse e tribali a contesti aperti capaci di moltiplicare relazioni, scambi e contaminazioni tra persone e competenze diverse.

La forza delle città, dunque, non risiede solo nella concentrazione di popolazione o di attività economiche, ma nella loro capacità di favorire l’incontro e l’interazione. Da qui nasce l’invito a ripensare il modello urbano che ha dominato gran parte del Novecento, caratterizzato da una forte separazione tra funzioni e da un’organizzazione rigidamente pianificata degli spazi.

Oltre la “città-macchina”, superare il modello del Novecento

«Il Novecento ha immaginato la città come una macchina perfetta, iper-regolata, una macchina per abitare», osserva. Un modello che ha cercato di aumentare l’efficienza urbana attraverso la segmentazione delle funzioni e la definizione rigida degli spazi. Tuttavia, questa impostazione si scontra con la natura stessa delle comunità urbane, fatte di bisogni mutevoli, relazioni sociali, emozioni e diritti.

Per questo motivo, sostiene, è necessario avviare una nuova fase della progettazione urbana. «Serve una nuova rivoluzione urbanistica che frantumi la rigidità della città novecentesca», aprendo lo spazio urbano alle nuove comunità, alle nuove generazioni e alle diverse forme di relazione sociale che caratterizzano le città contemporanee.

Il nuovo ruolo dell’urbanista nella città contemporanea

In questa prospettiva cambia anche il ruolo dell’urbanista. Non più un progettista solitario che definisce in modo definitivo l’assetto della città, ma un attore che lavora all’interno di un processo collettivo e multilivello. «La città è coprodotta», afferma Carta. Significa che la sua evoluzione dipende dall’interazione tra una pluralità di soggetti: istituzioni, tecnici, imprese, comunità locali, cittadini.

Per descrivere questo nuovo scenario, utilizza una metafora musicale. Il progetto urbano assomiglia sempre più a uno spartito aperto, che definisce alcune regole ma lascia ampi margini di improvvisazione. Come accade nella musica contemporanea, dove l’esecuzione nasce dall’equilibrio tra struttura, interpretazione e creatività.

Progettare la città per le generazioni future

Questa trasformazione implica anche una nuova capacità di ascolto. L’urbanista deve saper dialogare con linguaggi diversi: quelli tecnici della pianificazione, ma anche quelli della vita quotidiana, delle emergenze sociali e delle dinamiche informali che attraversano le città.

La sfida più grande riguarda però il tempo lungo della città. Ogni decisione urbanistica produce effetti che si estendono ben oltre il presente. «La città che oggi produciamo sarà abitata da persone non ancora nate», ricorda Carta. Per questo motivo, la progettazione urbana non può limitarsi a rispondere alle esigenze attuali, ma deve lasciare margini di trasformazione per le generazioni future.

Una riflessione che richiama anche il pensiero di Jane Jacobs, tra le figure più influenti della teoria urbana contemporanea. Secondo Jacobs, non è possibile programmare ogni spazio della città: alcuni luoghi devono rimanere aperti, disponibili a usi e interpretazioni che emergeranno nel tempo.

Lasciare spazi di trasformazione potenziale significa riconoscere che la città è un organismo dinamico, in continua evoluzione. Un ambiente che deve rimanere sufficientemente flessibile per accogliere nuovi bisogni, nuove pratiche sociali e nuove forme di innovazione.

Univercittà: università e città unico ecosistema di conoscenza

All’interno di questa visione si colloca anche il rapporto tra università e città, che Carta sintetizza con un termine coniato nel 2007 insieme al semiologo Gianfranco Marrone: univercittà. Un concetto che descrive l’intreccio profondo tra i due sistemi.

«Università e città sono entrambe piattaforme di conoscenza e innovazione», spiega. Non si tratta quindi di istituzioni separate, ma di ambienti che devono dialogare e integrarsi. L’università deve aprire i propri spazi e le proprie risorse alla città, mentre la città deve riconoscere l’università come una delle sue principali infrastrutture cognitive.

In questa prospettiva, anche i campus universitari possono essere letti come veri e propri pezzi di città: luoghi dove si intrecciano funzioni urbane diverse, dalla formazione alla ricerca, dall’abitare ai servizi, fino agli spazi pubblici di relazione.

La sfida, conclude Carta, è costruire città capaci di sostenere l’innovazione senza rinunciare alla complessità delle relazioni umane. Città aperte, flessibili e collaborative, in cui progettazione, conoscenza e partecipazione possano contribuire insieme a definire il futuro dello spazio urbano.

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