Università e piccole imprese: la conoscenza pubblica non può diventare un servizio a pagamento

Galati Mamertino, 8 maggio 2026 — Un confronto tra due autorevoli accademici italiani ha riacceso il dibattito sul ruolo dell’università nel sistema produttivo nazionale. Da un lato, il prof. Juan Carlos De Martin, del Politecnico di Torino, che denuncia la deriva mercantile degli atenei, sempre più orientati a brevetti, spin-off e ricerca conto terzi a discapito della produzione libera della conoscenza. Dall’altro, il prof. Carlo Bagnoli, della Venice School of Management di Ca’ Foscari, che risponde rivendicando la necessità di valorizzare la ricerca universitaria, soprattutto in un Paese dove le imprese investono troppo poco in R&S e non dispongono di laboratori interni.

Due posizioni legittime, due avvertimenti speculari. Ma entrambi, secondo Alberto Baesso — Presidente della Società Italiana Remanufacturing (SIR), Innovation Manager di Way Point e membro di tavoli normativi nazionali ed europei — rischiano di discutere di un modello d’impresa che non esiste nella realtà italiana.

«Il dibattito ignora le PMI»

«Il sistema produttivo italiano è composto in larghissima prevalenza da piccole e medie imprese», osserva Baesso. «Queste realtà non cercano brevetti universitari né accordi di licensing: cercano soluzioni pratiche, formazione, prototipazione rapida, supporto all’implementazione. Se i modelli di trasferimento tecnologico vengono progettati per interlocutori forti — grandi gruppi, venture capital, operatori capaci di scalare l’innovazione — le PMI vengono semplicemente escluse dal gioco».

La preoccupazione non è teorica. La quota prevalente della spesa privata in R&S in Italia è sostenuta dalle grandi imprese, mentre le PMI concentrano i propri sforzi su innovazioni incrementali e adattive. In questo contesto, il moltiplicarsi di spin-off universitari orientati al mercato rischia di produrre un paradosso: la piccola impresa che non riesce a internalizzare competenze acquista servizi esterni da soggetti nati all’interno del sistema universitario pubblico, finanziato con risorse collettive. In pratica, paga due volte — come contribuente e come cliente.

Tre rischi sistemici

L’analisi individua tre livelli di rischio che il dibattito corrente tende a sottovalutare.

Il primo è economico: gli spin-off universitari offrono prestazioni specialistiche ad alto costo, calibrate su interlocutori dotati di strutture organizzative adeguate. La PMI media non dispone né del budget né delle competenze interne per sfruttare appieno questi servizi.

Il secondo è cognitivo: acquistare una soluzione non equivale ad acquisire la capacità di replicarla, adattarla, migliorarla. Se il trasferimento tecnologico si riduce all’erogazione di una prestazione esterna senza accompagnamento formativo, l’impresa non evolve — ottiene un risultato puntuale, ma non costruisce autonomia innovativa.

Il terzo è strategico: se la conoscenza prodotta con fondi pubblici converge prevalentemente verso spin-off con logiche di mercato selettive, i benefici di quella conoscenza si distribuiscono in modo asimmetrico, favorendo chi è già strutturato e marginalizzando ulteriormente chi non lo è.

Il nodo del conflitto di interessi negli spin-off

Baesso solleva anche una questione istituzionale delicata, che il dibattito pubblico italiano fatica ad affrontare con franchezza: il conflitto di interessi del docente universitario che fonda o partecipa a uno spin-off.

«Il professore dell’università pubblica è retribuito dalla collettività per produrre e diffondere conoscenza nell’interesse generale», spiega. «Lo spin-off è, per definizione, uno strumento per generare vantaggio competitivo e valore per i soci. La coesistenza di questi due ruoli non è neutra. La letteratura internazionale ha documentato casi in cui incentivi economici diretti hanno indotto ritardi nelle pubblicazioni, selezione delle linee di ricerca più monetizzabili, concentrazione del trasferimento verso soggetti privilegiati». Diversi atenei italiani hanno già normato in modo esplicito incompatibilità e obblighi di trasparenza proprio perché il problema è considerato reale e strutturale, non ipotetico.

La prospettiva dell’industria: remanufacturing come banco di prova

Alberto Baesso porta nel dibattito una prospettiva rara: quella di un operatore che vive simultaneamente nelle stanze della ricerca universitaria, nei cantieri dell’industria manifatturiera e nei tavoli normativi europei.

Come Presidente di SIR – Società Italiana Remanufacturing (remanitaly.org) e Innovation Manager di Way Point, con centri R&D ad Altivole (Treviso), Galati Mamertino (Messina), coordina attività di ricerca in convenzione con UniPa, UniMe, UniNa, PoliBa, UniFi, PoliMi, Iuav, UniVe, UniPd e CNR.

Il remanufacturing — processo industriale che rimette in circolazione prodotti a fine vita riportandoli alle specifiche originali — è un settore che richiede competenze trasversali avanzate: ingegneria, chimica dei materiali, analisi del ciclo di vita, normativa di prodotto. «Ogni giorno ci confrontiamo con PMI manifatturiere che vogliono innovare ma non trovano interlocutori universitari calibrati sulla loro scala e sulla loro velocità decisionale», afferma Baesso. «Le collaborazioni più efficaci che abbiamo costruito non nascono per creare un veicolo societario, ma perché la ricerca entra nella filiera come processo continuo di apprendimento organizzativo».

La normativa tecnica come modello alternativo di terza missione

Nella sua qualità di co-chair del WG Lighting presso l’European Remanufacturing Council (Bruxelles) e membro dei WG Sustainability e Value of Light di LightingEurope, nonché membro del UNI/TC 057 e CEN/CT 473 “Economia Circolare” e dei gruppi di lavoro Waste e DIRE dell’Associazione Rete Italiana LCA, Baesso introduce nel dibattito una dimensione quasi assente: il ruolo degli standard tecnici internazionali come vettori di trasferimento della conoscenza.

«Il Circular Economy Act europeo, il Digital Product Passport, i regolamenti sull’ecodesign: questo corpus normativo in rapida evoluzione richiede alle PMI competenze nuove e complesse. Gli standard tecnici sviluppati in UNI, CEN e ISO producono conoscenza codificata, verificata, accessibile a tutti indipendentemente dalla capacità finanziaria dell’impresa. È un modello di terza missione che raramente entra nei radar del dibattito accademico italiano, ma che in Europa è già maturo e consolidato. E costa alle imprese praticamente nulla in termini di accesso».

Il Mezzogiorno e la lezione di UniPa

Come membro del Comitato Consultivo di Riferimento della Scuola di Dottorato dell’Università degli Studi di Palermo, Baesso osserva il problema con una lente territoriale precisa. Il sistema produttivo del Mezzogiorno è composto quasi interamente da micro e piccole imprese, spesso a conduzione familiare, con bassissima propensione alla formalizzazione dell’innovazione.

«Un’università come UniPa che orientasse la propria valorizzazione prevalentemente verso modelli di spin-off rischierebbe di costruire un’offerta troppo sofisticata per il territorio di riferimento», avverte. «Si attirerebbero capitali e attenzione verso iniziative destinate a operare su mercati nazionali o internazionali, sottraendo risorse e focus alla funzione di trasferimento diffuso nel tessuto locale. Il Mezzogiorno non ha bisogno di meno imprenditorialità accademica: ha bisogno che quella imprenditorialità sia progettata per dialogare con la dimensione reale del suo sistema produttivo».

Una proposta: ridefinire i criteri di valutazione della terza missione

Dall’analisi emerge una proposta concreta, rivolta ai policy maker e ai sistemi nazionali di valutazione della ricerca:

• I criteri ANVUR per la terza missione dovrebbero affiancare ai tradizionali indicatori di brevetti e spin-off nuovi parametri di impatto distributivo: numero di PMI raggiunte, competenze diffuse nel personale d’impresa, miglioramenti documentati nei processi produttivi.

• I regolamenti di ateneo sugli spin-off dovrebbero rafforzare i presidi contro il conflitto di interessi, con obblighi di trasparenza chiari e priorità esplicita dell’interesse pubblico territoriale.

• Le politiche di trasferimento tecnologico dovrebbero prevedere forme accessibili alle PMI: ticket piccoli, procedure semplificate, forte componente di accompagnamento formativo obbligatorio, affinché il valore non resti esterno all’impresa ma si incorpori nei suoi processi organizzativi.

• Il ruolo degli organismi di normazione tecnica — UNI, CEN, ISO — dovrebbe essere valorizzato come canale istituzionale di diffusione della conoscenza ad alto impatto sistemico e costo marginale quasi nullo per le imprese.

La domanda che conta

«La domanda corretta non è soltanto se l’università debba fare o non fare business», conclude Baesso. «La domanda è: come può l’università, restando fedele alla propria missione pubblica, trasferire conoscenza in modo da far crescere davvero il tessuto delle piccole imprese, anziché trasformarlo nel semplice mercato di destinazione di servizi avanzati prodotti altrove?»

«De Martin ha ragione quando difende la libertà della ricerca dalla pressione del mercato. Bagnoli ha ragione quando ricorda che la conoscenza che resta nei laboratori non serve a nessuno. Ma la sintesi non sta a metà strada tra i due: sta nel ridisegnare i modelli di valorizzazione in funzione della struttura reale del sistema produttivo. In Italia, quella struttura si chiama piccola impresa».

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Alberto Baesso è Presidente di SIR – Società Italiana Remanufacturing (remanitaly.org), Innovation Manager di Way Point (lumicom.it), membro del Comitato Consultivo di Riferimento della Scuola di Dottorato dell’Università degli Studi di Palermo, co-chair del WG Lighting presso l’European Remanufacturing Council (europeanreman.eu), membro dei WG Sustainability e Value of Light di LightingEurope (lightingeurope.org), membro del UNI/TC 057 – CEN/CT 473  “Economia Circolare” e dei gruppi di lavoro Waste e DIRE dell’Associazione Rete Italiana LCA.

Per informazioni: SIR – Società Italiana Remanufacturing | remanitaly.org  – Way Point | lumicom.it

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