Carbon Footprint come nuovo linguaggio dei prodotti europei: perché il Remanufacturing vince
Comunicati Stampa - 18/05/2026
di Community Manager
Di Alberto Baesso, Presidente di SIR – Società Italiana Remanufacturing,
C’è un numero che sta per ridisegnare il panorama competitivo di ogni prodotto fisico venduto in Europa. Non una promessa di marca. Non una certificazione volontaria. Un dato regolato, comparabile, obbligatorio: il Carbon Footprint di un prodotto, espresso in chilogrammi di CO₂ equivalente lungo l’intero ciclo di vita. E per il settore del remanufacturing – per le aziende che ripristinano, rigenerano ed estendono la vita dei prodotti invece di produrli da zero – questo cambiamento non è una minaccia. È la conferma di qualcosa che diciamo da anni, nei tavoli tecnici e nei forum istituzionali di Bruxelles, spesso controcorrente.
Un Percorso Iniziato Tre Anni Fa
La storia dietro questo articolo non inizia oggi. Inizia in un percorso di dottorato all’Università di Palermo – tre anni di ricerca sul campo, condotti dal dottorando Giuseppe Crapa in stretta collaborazione con Way Point e sotto la supervisione scientifica di Alberto Baesso. La ricerca è culminata in un visiting period alla W.P. Carey School of Business dell’Arizona State University, dove Crapa ha collaborato con la Prof.ssa Verónica H. Villena, producendo il primo studio empirico sistematico sulle criticità strutturali del sistema EPD nel settore dell’illuminazione europea. I risultati sono stati presentati nei tavoli tecnici di una delle principali associazioni industriali di settore a livello europeo prima della pubblicazione – e hanno ricevuto un netto diniego istituzionale.
Oggi, quel diniego ha il sapore di una conferma.
La Norma che Cambia Tutto
Il 18 luglio 2024 è entrato in vigore l’ESPR – il Regolamento Europeo sull’Ecodesign per i Prodotti Sostenibili (Reg. UE 2024/1781). Per la prima volta nella storia normativa europea, il carbon footprint e l’environmental footprint dei prodotti non sono strumenti di comunicazione volontaria: sono parametri di performance obbligatori per quasi tutti i beni fisici immessi sul mercato UE. Lo stesso regolamento identifica esplicitamente il remanufacturing e il riciclo come dimensioni distinte e co-centrali del nuovo quadro ecodesign – non come afterthought, ma come pilastri.
Il primo ESPR Working Plan 2025–2030, adottato dalla Commissione nell’aprile 2025, definisce la roadmap quinquennale. I prodotti correlati all’energia – inclusa l’illuminazione – sono attualmente in un periodo di transizione dalla precedente Direttiva Ecodesign che scade il 31 dicembre 2026. Dopo quella data, ricadranno integralmente nel quadro ESPR, con il Digital Product Passport (DPP) come strumento primario di compliance.
Il DPP integra il Product Carbon Footprint (PCF), calcolato secondo ISO 14067:2018, come campo dati centrale e non negoziabile. Entro il 2027 per elettronica e tessile, entro il 2028 per prodotti da costruzione e arredamento, il Carbon Footprint sarà un dato pubblicamente accessibile, verificabile e comparabile per ogni prodotto sul mercato. Il Regolamento Batterie (Reg. UE 2023/1542) lo ha già reso obbligatorio per le batterie EV e industriali da febbraio 2025 – la prova generale di tutto ciò che seguirà.
La Commissione ha costruito, senza ancora dichiararlo esplicitamente, un sistema di classificazione dei prodotti basato de facto sul CF. Quello che era uno strumento volontario di trasparenza sta diventando il benchmark ambientale con cui i prodotti saranno giudicati, acquistati e – progressivamente – classificati per legge.
Quello che Dicemmo – e Perché Fu Respinto
Per diversi anni, Way Point e SIR hanno partecipato ai tavoli tecnici di una delle principali associazioni industriali europee di settore, dove il dibattito sulle dichiarazioni ambientali per i prodotti di illuminazione era – e rimane – intenso. La nostra posizione era precisa e documentata: il sistema delle Environmental Product Declarations (EPD), nelle sue modalità operative concrete, avvantaggia strutturalmente i grandi produttori integrati a scapito delle PMI e degli operatori di remanufacturing.
Il meccanismo, documentato empiricamente nella ricerca Crapa-Villena, è tecnico ma decisivo. Alcuni dei maggiori produttori europei di luminaires hanno sviluppato – o stanno sviluppando – strumenti software proprietari, costruiti in accordo con specifici enti di certificazione, che consentono di produrre EPD in serie a basso costo unitario, con l’ente che certifica lo strumento e non la singola dichiarazione. Chi può permettersi di costruire questo strumento produce EPD in serie con costi marginali decrescenti. Chi non può – PMI, nuovi entranti, e tutti gli operatori di remanufacturing – affronta una barriera strutturalmente più alta.
La ricerca ha documentato anche altre cinque disfunzioni sistemiche del framework EPD nel settore lighting:
• Incommensurabilità dei risultati: due EPD per lo stesso prodotto, sviluppate con database diversi, producono dati significativamente diversi anche applicando le stesse regole – rendendo impossibile una vera comparabilità.
• Collo di bottiglia nella verifica: i verificatori qualificati specializzati in prodotti energy-using sono troppo pochi, generando ritardi e inconsistenze qualitative.
• Frammentazione degli enti di certificazione: in Europa esistono più enti certificatori che stati membri dell’UE, ciascuno con propri incentivi commerciali a proliferare regole settoriali anziché armonizzarle.
• Esclusione dei progettisti: i professionisti che effettivamente usano le EPD nelle decisioni d’acquisto non hanno voce nella definizione di come quelle dichiarazioni vengono strutturate.
• Dati mancanti sui componenti elettronici: driver, alimentatori e sorgenti luminose – che rappresentano la quota maggioritaria dell’impatto ambientale di un luminaire – mancano di dati LCA affidabili, costringendo i produttori a soluzioni creative che riducono ulteriormente la comparabilità.
La nostra proposta era chiara: prima di rafforzare un’architettura con queste disfunzioni sistemiche, affrontarle. In particolare, adottare il Product Environmental Footprint (PEF) – la metodologia sviluppata direttamente dalla Commissione Europea con 16 categorie di impatto armonizzate – come framework di riferimento, anziché lasciare il controllo metodologico in mano ad enti commerciali. La risposta fu un netto diniego istituzionale. La proposta era scomoda per gli interessi prevalenti al tavolo.
Abbiamo continuato il nostro lavoro. Abbiamo pubblicato la ricerca.
Tre Strumenti, Una Gerarchia – e Perché Conta
Comprendere la relazione tra PEF, PCF ed EPD non è una questione tecnica. È la mappa strategica di ciò che sta accadendo nel mercato europeo.
Il PEF (Product Environmental Footprint) è il framework metodologico della Commissione – le regole che definiscono come devono essere misurati gli impatti ambientali dei prodotti. Definisce 16 categorie di impatto ed è la base da cui derivano i parametri obbligatori dell’ESPR. Non è un’etichetta né una dichiarazione: è la grammatica della compliance ambientale.
Il PCF (Product Carbon Footprint) è la categoria di impatto “cambiamento climatico” del PEF, misurata in CO₂ equivalenti secondo ISO 14067. È il campo obbligatorio nel Digital Product Passport per quasi tutte le categorie produttive regolamentate. È comparabile, standardizzato e accessibile – molto di più di un’EPD completa.
L’EPD (Environmental Product Declaration) è uno strumento di comunicazione multi-indicatore, verificato da terze parti, che riporta i risultati di una LCA completa. Contiene il PCF come uno dei suoi indicatori, ma è sostanzialmente più complessa, costosa e – come documenta la ricerca – meno comparabile nella pratica di quanto i suoi sostenitori affermino.
La gerarchia è: PEF → PCF → EPD. SIR non è contraria alle EPD. Ma quando l’EPD – con tutte le sue asimmetrie operative – diventa l’unico percorso riconosciuto verso la compliance ambientale, esclude per design il remanufacturing e le PMI. Il Carbon Footprint, come campo regolato e standardizzato del DPP, è lo strumento che livella il campo da gioco.
I Numeri che il Remanufacturing Porta con Sé
Quando un prodotto viene remanufatturizzato invece di essere sostituito con uno nuovo, il vantaggio ambientale non è modesto né approssimativo. È strutturale e documentato.
Il remanufacturing conserva il 70–80% dei componenti originali di un prodotto, eliminando le emissioni associate all’estrazione delle materie prime, alla lavorazione e alla produzione dei componenti – la quota maggioritaria del carbon footprint di un apparecchio di illuminazione prima ancora che venga acceso. Ogni prodotto remanufacturato è anche un prodotto che non entra nel flusso WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment), evitando le emissioni legate al trattamento dei rifiuti a fine vita.
I case study Way Point, presentati alla International Conference on Remanufacturing (ICoR 2025), documentano fino all’85% di riduzione dell’embodied carbon rispetto alla sostituzione con un prodotto nuovo, con il 73–87% di riduzione delle emissioni CO₂ per prodotto e il recupero del 72–79% della massa originale degli apparecchi trattati.
Nessuna strategia nella gerarchia R dell’economia circolare – incluso il riciclo – raggiunge un impatto comparabile sul Carbon Footprint di prodotto. Quando il PCF diventerà il campo obbligatorio del DPP che acquirenti, uffici acquisti e gestori di edifici confronteranno, questo vantaggio diventa un numero su un’etichetta. Un numero inattaccabile.
Cosa Farà il Mercato – e Come Prepararsi
La reazione competitiva si articolerà in tre fasi riconoscibili.
2026–2027: resistenza difensiva. I produttori che hanno investito maggiormente nell’infrastruttura EPD difenderanno l’EPD come strumento più completo e informativo rispetto al solo PCF. L’argomento non è sbagliato in astratto, ma è difensivo di fronte a un cambiamento normativo già in atto. Va preso sul serio, non liquidato – e va risposto con chiarezza.
2027–2028: adattamento. I produttori con EPD già verificate capiranno rapidamente che l’indicatore GWP che già possiedono è il PCF. Riposizioneranno le EPD come strumenti che “contengono” il CF. Il punto critico è che il vantaggio competitivo costruito attraverso strumenti software certificati non si trasferisce automaticamente al framework DPP, dove le regole sono definite dalla Commissione attraverso il PEF – non dagli enti commerciali dell’ecosistema EPD.
Dal 2028: convergenza. Con l’obbligo DPP pienamente operativo e i first mover del settore che avranno pubblicato il loro PCF, il mercato convergerà verso il Carbon Footprint come benchmark primario di comparazione – esattamente come è avvenuto con le etichette di efficienza energetica negli elettrodomestici. Il PCF diventerà il “voto ambientale” del prodotto. Per il remanufacturing, questo è il momento in cui un vantaggio tecnico documentato diventa un vantaggio competitivo di mercato visibile, comparabile e impossibile da contestare.
Un Position Paper, Non Solo un’Analisi
Quello che questo articolo descrive non è una previsione. È la dimensione pubblica di un position paper – il primo di una serie – che SIR e Way Point hanno sviluppato come posizione istituzionale nei confronti degli organi regolatori europei e dei tavoli tecnici di settore.
La posizione è chiara: il Carbon Footprint è il parametro giusto. L’EPD, nella sua forma operativa attuale, crea asimmetrie strutturali che penalizzano le PMI e gli operatori dell’economia circolare che ottengono le migliori performance ambientali. Il PEF è il framework della Commissione stessa e dovrebbe essere il riferimento metodologico – non un’opzione da accantonare per convenienza di chi ha già costruito vantaggi competitivi all’interno del sistema attuale.
È una posizione che è stata contestata. Continuerà ad essere contestata. Ma la norma è arrivata, e dice quello che dicevamo noi.
Per le Imprese che Vogliono Muoversi per Prime
La transizione verso la compliance basata sul CF non è una sfida futura. È una sfida presente. Il periodo di transizione ESPR per l’illuminazione scade il 31 dicembre 2026. L’obbligo DPP per l’elettronica è previsto per il 2027. Le imprese che iniziano oggi a calcolare il proprio Product Carbon Footprint — secondo ISO 14067, con il supporto delle reti di ricerca universitaria e degli strumenti LCA accessibili come la Banca Dati Italiana LCA sviluppata da ENEA – arriveranno alla scadenza normativa con un numero certificato in mano e una narrativa di mercato già costruita.
Per i remanufacturer in particolare, il messaggio è semplice: il numero che misura meglio quello che fate sta per diventare obbligatorio per tutti. Non è un onere di compliance. È un’opportunità competitiva che stava aspettando la norma giusta per arrivare.
SIR – Società Italiana Remanufacturing (remanitaly.org) è l’associazione italiana per il settore del remanufacturing a Galati Mamertino (ME).
SIR è membro dell’European Remanufacturing Council (Bruxelles) e partecipa alle attività di standardizzazione CEN/TC 473 Economia Circolare.
Luogo: Neb Lab – Galati Mamertino
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