L’IA è una nuova Babele o Gerusalemme? Per Mannino la tecnologia è sempre e solo uno strumento
News - 23/06/2026
di Antonio Giordano
L’intelligenza artificiale come nuova “Babele” del nostro tempo? Non soltanto una rivoluzione tecnologica, ma una questione antropologica, spirituale e civile. Un tema trattato da Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’AI, e dalla riflessione sviluppata dal professor Giuseppe Mannino, docente di Psicologia dinamica alla LUMSA, nel corso della lezione tenuta a Palermo in occasione della presentazione del libro del gesuita Walter Bottaccio “Fine dell’intelligenza artificiale nella Gesù di Casa Professa”.
L’enciclica, resa pubblica il 25 maggio, rappresenta il primo grande documento magisteriale interamente costruito attorno al tema dell’intelligenza artificiale. Leone XIV sceglie parole nette: la tecnologia non può trasformarsi in un nuovo potere impersonale capace di sostituire coscienza, responsabilità e discernimento umano. Il Papa parla esplicitamente del rischio di una “Babele digitale”, una società iperconnessa ma incapace di autentica relazione, dominata da logiche di standardizzazione, controllo e omologazione.
Lo stesso riferimento simbolico emerge nel lavoro di Giuseppe Mannino sul testo di Bottaccio. Il contrasto tra Babele e Gerusalemme diventa la metafora decisiva del futuro digitale: “Una Babele che ci connette senza incontrarci, o una Gerusalemme che ci rende prossimi?”. È una lettura culturale della trasformazione tecnologica in corso. Da una parte c’è il sogno di una lingua unica fatta di algoritmi, interfacce e standard globali; dall’altra la necessità di custodire la relazione umana, la differenza, la fragilità e il legame sociale.
Mannino sviluppa questa riflessione attraverso il concetto di “intelligenza neotenica”, definita come l’intelligenza tipica dell’essere umano in quanto specie incompiuta, vulnerabile e bisognosa di cura. È una prospettiva radicalmente diversa rispetto alla visione puramente computazionale dell’intelligenza. L’uomo non viene descritto come macchina imperfetta da ottimizzare, ma come essere relazionale che cresce proprio grazie al limite, alla dipendenza e alla capacità di apprendere dall’altro.
Qui il dialogo con l’enciclica di Leone XIV diventa evidente. Il Pontefice insiste infatti sul fatto che l’AI possa diventare una straordinaria opportunità solo se resterà subordinata alla dignità della persona e al bene comune. Non basta aumentare la capacità di calcolo: bisogna interrogarsi su quale umanità stiamo costruendo.
È lo stesso interrogativo che attraversa il commento di Mannino: “Il punto non è fermare l’intelligenza artificiale. Il punto è non fermare l’intelligenza umana nel suo movimento più profondo”.
Nel documento emerge anche una critica molto attuale all’economia dell’attenzione e al conformismo algoritmico. I social network e le piattaforme digitali vengono descritti come sistemi capaci di confezionare mondi compatibili con le nostre preferenze, restringendo però il campo dell’esperienza e dell’alterità. Un tema centrale anche nel dibattito internazionale sull’AI generativa e sul potere crescente delle Big Tech.
La risposta proposta da Mannino non è tecnofoba. Anzi. Il testo riconosce apertamente le enormi potenzialità dell’intelligenza artificiale in medicina, ricerca, accessibilità, educazione e organizzazione del lavoro. Ma insiste su un punto decisivo: la tecnologia deve restare strumento e non criterio ultimo del vero, del bene e del giusto.
È qui che Palermo diventa simbolicamente interessante. Non un laboratorio hi-tech o un campus tecnologico, ma il Gesù di Casa Professa, interpretato dal testo di Bottaccio e commentato da Mannino come una “pedagogia dell’interiorità”. Un luogo in cui la riflessione sull’AI incontra psicoanalisi, spiritualità ignaziana e antropologia relazionale.
In un momento storico in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale è spesso dominato da investimenti miliardari, benchmark e guerre geopolitiche per il controllo dei chip, il testo del gesuita Bottaccio ed il commento dello psicoanalista Mannino introducono una prospettiva diversa: la vera sfida non è costruire macchine sempre più umane, ma evitare che l’uomo diventi sempre più simile alle macchine. Il vero è unico rischio è dato dalla fascinazione tecnologica che l’essere umano potrebbe subire, decidendo di emulare la modalità computazionale artificiale, verso la quale peraltro non ha alcuna competitività reale , piuttosto che avvicinare l’algoritmo alle proprietà neoteniche.
La domanda finale, allora, non riguarda soltanto il futuro della tecnologia. Riguarda il futuro della civiltà digitale. Se l’AI sarà utilizzata per ampliare relazioni, conoscenza e giustizia sociale, potrà rappresentare uno straordinario acceleratore umano. Se invece diventerà strumento di omologazione, delega della coscienza e colonizzazione dell’immaginario, il rischio non sarà la vittoria delle macchine, ma la perdita dell’umano.
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