Sistemi informatici delle Università, un caso che può cambiare gli affidamenti diretti nella P.A.
News - 26/05/2026
di Antonio Giordano
Il modello degli affidamenti diretti alle grandi centrali pubbliche finisce sotto la lente della giustizia europea. A riaprire il dibattito è l’ordinanza n. 2726 del 2026 con cui il Consiglio di Stato ha disposto il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul caso Cineca, il consorzio interuniversitario che gestisce servizi digitali e informatici per gran parte degli atenei italiani. Una vicenda che potrebbe avere effetti dirompenti non soltanto sul sistema universitario, ma più in generale sull’intero modello degli affidamenti “in house” utilizzato dalla pubblica amministrazione italiana.
L’affidamento di Reggio Calabria
Al centro del contenzioso vi è l’affidamento diretto disposto dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria a favore del Cineca per la gestione di servizi informatici. Contro quella scelta ha presentato ricorso la società Be Smart Srl, operante nello stesso settore, contestando la legittimità dell’assegnazione senza gara pubblica. Il procedimento giudiziario si trascina da anni ed era già approdato davanti ai giudici amministrativi, che in una prima fase avevano annullato l’affidamento evidenziando carenze nella motivazione economica dell’operazione. Successivamente l’Università aveva rinnovato l’atto, dando il via a un nuovo capitolo del contenzioso.
I legali: “in discussione il modello in house”
Secondo l’avvocato Anna Romano, name partner dello studio Satta Romano, la questione rappresenta un possibile spartiacque per il diritto amministrativo europeo e italiano. La professionista sottolinea infatti che “la questione è di fondamentale importanza poiché mette in discussione la legittimità del modello in house non solo per gli affidamenti dei servizi informatici nel mondo universitario – dove l’attività del Consorzio assorbe la quasi totalità del mercato – ma altresì per tutto il mondo delle entità pubbliche pluripartecipate”.
Il nodo centrale riguarda proprio i requisiti richiesti dal diritto europeo per poter procedere ad affidamenti diretti senza gara. Il Consiglio di Stato ha infatti chiesto alla Corte di Lussemburgo di chiarire se Cineca possa realmente essere considerato una società “in house”, cioè una struttura controllata in modo analogo dagli enti pubblici soci. I giudici amministrativi hanno individuato diversi profili critici: la frammentazione del controllo dovuta alla presenza di oltre cento enti partecipanti, il sistema decisionale a maggioranza variabile (“shifting majority”), il ruolo predominante dei ministeri dell’Università e dell’Istruzione e infine il tema dei ricavi derivanti dai progetti europei competitivi.
Il mancato controllo delle Università
Romano evidenzia come “con oltre 100 enti soci, si dubita che ogni singola università possa esercitare un controllo reale ed effettivo, analogo a quello esercitato sui propri uffici”. Inoltre, il meccanismo delle maggioranze assembleari “appare incompatibile con la nozione di influenza determinante richiesta dalla giurisprudenza europea”. Particolarmente delicata è poi la questione economica relativa ai progetti finanziati dalla Commissione Europea. Secondo la tesi sostenuta nel giudizio, se quei ricavi fossero conteggiati come attività svolta verso il mercato, Cineca potrebbe perdere il requisito dell’“attività prevalente” nei confronti degli enti pubblici soci, con conseguenze potenzialmente decisive sulla legittimità degli affidamenti diretti.
Ridefinire i confini dell’in house providing in Italia
L’ordinanza del Consiglio di Stato è stata accolta con grande attenzione nel mondo giuridico e degli appalti pubblici. La stessa Anna Romano parla di un possibile “punto di svolta epocale per il mercato degli appalti pubblici”, spiegando che un eventuale pronunciamento favorevole alle ragioni di Be Smart potrebbe obbligare non soltanto l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ma gran parte del sistema universitario italiano a mettere a gara servizi oggi assegnati in via diretta. Il pronunciamento della Corte di Giustizia Ue, atteso nei prossimi mesi, potrebbe quindi ridefinire i confini dell’in house providing in Italia. Un tema che va ben oltre il solo Cineca e che interessa l’intera galassia delle società partecipate e dei consorzi pubblici utilizzati da amministrazioni centrali, enti territoriali e università per l’erogazione di servizi strategici.
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