Il mondo appartiene agli ottimisti. Le lezioni di Alec Ross su AI, talento e futuro dell’innovazione
News - 13/03/2026
di Biagio Semilia
Dati come nuova materia prima, giovani e executive insieme per guidare l’AI, e una domanda aperta all’Italia: perché i nostri talenti innovano altrove?
Alec Ross ha portato sul palco di Confcommunication, a Catania, una visione ampia e provocatoria sul futuro della tecnologia e sulla direzione che i Paesi devono scegliere nella nuova competizione globale per l’innovazione.
Durante l’appuntamento dedicato alla comunicazione, alla trasformazione digitale e ai nuovi scenari dell’economia tecnologica, il suo intervento ha offerto una lettura lucida delle grandi sfide che stanno ridefinendo equilibri geopolitici, modelli di sviluppo e strategie industriali.
Consigliere per l’innovazione dell’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton, autore del bestseller internazionale The Industries of the Future e tra gli osservatori più ascoltati sulle dinamiche tra tecnologia, economia e geopolitica, Ross ha proposto a Catania una prospettiva maturata nei luoghi dove le grandi trasformazioni tecnologiche vengono pensate, finanziate e governate.
Nel suo intervento ha affrontato alcune delle questioni più rilevanti del nostro tempo: geopolitica tecnologica, intelligenza artificiale, capitale umano e capacità dei Paesi di creare le condizioni per innovare.
Ross non si è limitato a parlare di tecnologia. Ha parlato soprattutto di scelte politiche, modelli economici e cultura dell’innovazione. E lo ha fatto con alcune immagini molto efficaci che meritano di essere riprese.
L’Europa e il rischio della “analysis paralysis”
Uno dei passaggi più forti riguarda il ruolo dell’Europa nella nuova competizione tecnologica globale.
Secondo Ross, il confronto principale oggi è tra Stati Uniti e Cina. Due modelli diversi, ma entrambi caratterizzati da forti investimenti in tecnologia, ricerca e sviluppo industriale. L’Europa, invece, rischia di assumere il ruolo di arbitro di questa partita. Regola, discute, analizza, costruisce framework normativi.
Ma – ha osservato Ross – nella storia delle grandi trasformazioni tecnologiche gli arbitri non vincono mai. Il rischio è quello che lui definisce “analysis paralysis”: analizzare troppo, regolamentare troppo, discutere troppo, e nel frattempo lasciare che l’innovazione venga prodotta altrove.
Il dato è la nuova materia prima dell’economia
Un altro punto chiave riguarda la natura dell’economia contemporanea. Durante la prima rivoluzione industriale, la materia prima centrale era il ferro. Attorno ad esso si sviluppavano industrie, infrastrutture e modelli produttivi.
Oggi la materia prima è diventata il dato.
Sono i dati ad alimentare l’intelligenza artificiale, i sistemi decisionali, le piattaforme digitali e i nuovi modelli di business. Chi controlla i dati e sa trasformarli in conoscenza costruisce vantaggi competitivi enormi. Questo cambiamento, però, pone anche una questione politica importante: chi decide come queste tecnologie vengono utilizzate?
Ross ha osservato con una certa franchezza che molti decisori pubblici non conoscono davvero le tecnologie che sono chiamati a regolamentare. Eppure sono loro a definire le regole del gioco. Da qui una provocazione: sui temi dell’innovazione tecnologica gli imprenditori e chi costruisce tecnologia dovrebbe avere più voce nelle decisioni.
Fare impresa in Italia: una maratona con lo zaino pieno di sassi
Quando Ross guarda all’Italia individua un paradosso evidente. Il Paese possiede competenze, talento e una tradizione straordinaria di innovazione. Eppure fare impresa qui è spesso estremamente difficile.
La metafora che utilizza è molto efficace: fare impresa in Italia è come correre una maratona con lo zaino pieno di sassi. Burocrazia, tempi decisionali lenti, difficoltà di accesso ai capitali e rigidità amministrative rendono il percorso imprenditoriale molto più complesso rispetto ad altri ecosistemi.
Nel frattempo, l’immagine dell’Italia nel mondo resta spesso ancorata agli stereotipi: pizza, mandolino, turismo e bellezza del paesaggio.
Tutti elementi reali e preziosi, ma che non raccontano il Paese come luogo di innovazione tecnologica.
I talenti italiani che innovano altrove
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ross racconta che quando visita Cupertino, sede di Apple e uno dei centri nevralgici della Silicon Valley, capita spesso di trovare tavoli interi di ingegneri che parlano italiano.
La California non è più bella dell’Italia.
Ma lì ci sono le opportunità.
Questo fenomeno racconta bene una dinamica che riguarda non solo l’Italia ma molti Paesi europei: il talento esiste, ma spesso trova altrove gli ecosistemi che gli permettono di esprimersi. Eppure, se si guarda alla storia dell’innovazione, l’Italia ha dato contributi straordinari.
Basta pensare ad alcune invenzioni nate o sviluppate in questa penisola: la radio di Marconi, la macchina da scrivere, il motociclo, lo sviluppo industriale della nitroglicerina, e molti altri contributi alla modernità tecnologica.
Non esistono molti Paesi di dimensioni comparabili con una lista di innovazioni così lunga.
Il problema, quindi, non è il talento. Il problema è che il sistema tende a congelarlo.
L’innovazione nasce dall’incontro tra discipline
Un’altra osservazione interessante riguarda la natura stessa dei processi innovativi. Se si guardano i grandi innovatori contemporanei emerge quasi sempre un elemento comune: l’interdisciplinarità. Le innovazioni più importanti raramente nascono all’interno di una sola disciplina. Nascono all’incrocio tra più campi del sapere.
Il caso di Mark Zuckerberg è emblematico. Oltre agli studi informatici, ha studiato anche psicologia. E questo aiuta a capire perché Facebook non sia semplicemente una piattaforma tecnologica. È un sistema che ha unito informatica e comprensione dei comportamenti sociali: relazioni, riconoscimento, identità digitale.
Allo stesso modo, Steve Jobs non era un ingegnere nel senso tradizionale del termine. La sua forza è stata la capacità di combinare tecnologia, design, cultura umanistica e intuizione sui comportamenti delle persone.
Questo suggerisce una riflessione importante anche per i sistemi educativi e imprenditoriali: per generare innovazione servono luoghi in cui discipline diverse possano incontrarsi.
Giovani e manager: la combinazione migliore per l’AI
Quando si parla di intelligenza artificiale, Ross propone un modello molto semplice ma efficace. Il modo migliore per utilizzare davvero queste tecnologie è mettere in relazione generazioni diverse. I giovani, ha osservato, sono come pesci nell’acqua quando si tratta di tecnologie digitali. Crescono dentro questi strumenti e li utilizzano con grande naturalezza.
Ma non sempre hanno l’esperienza necessaria per valutare rischi, contesti e decisioni strategiche. Dall’altra parte ci sono executive, imprenditori e manager, che possiedono esperienza, conoscenza dei mercati e capacità di prendere decisioni complesse. La combinazione più efficace diventa quindi quella tra l’intelligenza dei giovani e la saggezza di chi guida le organizzazioni. È dall’incontro tra queste due dimensioni che può nascere un utilizzo realmente strategico dell’intelligenza artificiale.
Innovazione, sicurezza e responsabilità
Ross ha toccato anche un tema delicato: il rapporto tra tecnologia e difesa. Negli Stati Uniti si discute molto dell’uso dell’intelligenza artificiale anche in ambito militare. Ross non ha nascosto la complessità di questa questione, ribadendo di essere contrario alla guerra.
Ma ha anche sottolineato una realtà: se esiste un conflitto, tecnologie più precise possono ridurre gli errori e le vittime civili rispetto a sistemi meno sofisticati.
Una posizione che riflette il punto di vista di chi, come lui stesso ha detto con una battuta, si sente “un americano nascosto in Italia”.
Creare opportunità per i talenti
Alla fine, però, il cuore del ragionamento torna sempre allo stesso punto. In Italia – e in Europa – il talento esiste. Il vero problema è creare le condizioni perché questi talenti possano innovare nei luoghi in cui nascono.
Questo significa costruire ecosistemi più aperti, ridurre gli ostacoli burocratici, favorire l’incontro tra competenze diverse e creare spazi in cui giovani, imprese, università e istituzioni possano collaborare.
Perché la vera materia prima dell’innovazione non è soltanto il dato.
È il talento umano.
E come ha ricordato Ross in chiusura del suo intervento: il mondo appartiene agli ottimisti.
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