Algoretica, artigiani e fine del modello predatorio: la via europea all’innovazione

Cosa succederebbe se, da un giorno all’altro, qualcuno decidesse di “spegnere” la tecnologia che usiamo quotidianamente? I nostri smartphone diventerebbero inutili, gli ospedali si fermerebbero e i sistemi di pagamento andrebbero in tilt. Non è uno scenario di fantascienza, ma una dimostrazione pratica di ciò che significa non avere “sovranità tecnologica”.

Come ha sottolineato Riccardo Luna dal palco palermitano di “Connessioni Digitali“, per troppo tempo l’Europa si è accontentata di fare da semplice consumatrice. E i rischi di questa passività sono già realtà: basti pensare a quando, di recente, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni ai magistrati della Corte Penale Internazionale e un colosso come Microsoft ha chiuso all’istante i loro account.

Il paradosso europeo: culle dell’innovazione senza scala

Questa sudditanza appare ancora più amara se si guarda alla storia del computing mondiale. L’Europa, e l’Italia in particolare, sono state assolute pioniere dell’innovazione: abbiamo inventato il primo personal computer (l’Olivetti nel 1965), il primo microchip (concepito da un italiano alla Intel), il formato musicale MP3 e la prima Webmail. Persino il World Wide Web è nato nel cuore dell’Europa, al CERN di Ginevra, dove Tim Berners-Lee ne ha scritto i protocolli per poi regalarlo all’intera umanità.

Eppure, il continente si è perso in un approccio frammentato e miope. L’Europa ha affrontato il mercato applicando rigide regole antitrust su scala puramente nazionale, preoccupandosi della competizione tra le singole aziende italiane, francesi o tedesche, mentre i competitor americani scalavano globalmente senza barriere tra uno Stato e l’altro. Per recuperare questo drammatico ritardo, come ricordato anche dall’ex premier Mario Draghi, servono oggi investimenti massicci stimati tra gli 800 e i 1200 miliardi di euro.

Algoretica e l’urgenza di un “Momento Spinelli”

Perché è così vitale possedere una propria infrastruttura tecnologica? La risposta risiede nei valori democratici. La tecnologia non è mai uno strumento neutro, e gli algoritmi che plasmano le nostre vite devono contenere precisi principi etici, un concetto che il teologo Paolo Benanti ha efficacemente ribattezzato “algoretica“.

L’attuale cultura dominante nella Silicon Valley sembra aver abbracciato una visione hobbesiana – quella dell’homo homini lupus – che percepisce la democrazia come un ostacolo al progresso e alimenta un clima di conflitto perenne. Al contrario l’Europa, avendo pagato il prezzo di secoli di guerre devastanti e dittature, ha sviluppato forti anticorpi culturali legati alla pace e ai diritti civili.

Secondo Luna, l’Unione Europea si trova oggi a un bivio storico: vivere un coraggioso “momento Spinelli” – in cui Stati e scienziati si uniscono in una reale cooperazione tecnologica – oppure subire un “momento Weimar”, perdendosi in discussioni burocratiche fino a venire spazzata via da nuove derive autoritarie.

Un nuovo modo di fare impresa: oltre la Silicon Valley

Recuperare la sovranità significa anche smettere di inseguire ciecamente il cinico motto californiano Move fast and break things (muoviti veloce e rompi le cose). L’unico obiettivo di fare soldi il più in fretta possibile, ignorando i danni collaterali sociali, non è l’unico modo per fare impresa.

L’Italia possiede nel proprio DNA modelli d’impresa alternativi e virtuosi, radicati nel territorio e nella responsabilità sociale: dal movimento cooperativo nato a fine Ottocento, al “Made in Italy” di natura artigiana, fino a colossi del calibro di Lavazza, capaci di diventare leader globali investendo sulle proprie comunità d’origine e sul benessere dei dipendenti. Esistono poi storie straordinarie anche in ambito digitale, come l’azienda romana Translated, leader mondiale nelle traduzioni tramite intelligenza artificiale, cresciuta progressivamente in oltre vent’anni senza mai rinunciare all’etica del lavoro.

Il ritorno all’utopia

Nonostante la puntuale disamina di ciò che “è andato storto”, l’intervento di Riccardo Luna si chiude con un inno alla speranza. L’antidoto alla tossicità digitale esiste: consiste nel pretendere regole europee chiare, nello sviluppare tecnologie basate sull’algoretica e nel ripartire dalle relazioni umane autentiche e dalle piazze fisiche. Se riusciremo a unire le forze, facendo rete reale e non solo virtuale, la rivoluzione digitale potrà tornare a essere quella meravigliosa promessa che ci aveva fatto innamorare ai suoi albori.

Questa era la quarta parte del nostro approfondimento sulle sfide dell’era digitale discusse a “Connessioni Digitali”. Ma come si traduce questa visione macroeconomica nella realtà di tutti i giorni per chi vuole fare impresa in Italia e, in particolare, in Sicilia? Nel quinto e ultimo appuntamento affronteremo il mondo delle startup: scopriremo perché negli ultimi anni abbiamo spesso fatto confusione tra vere startup e PMI innovative, sfateremo definitivamente i falsi miti importati da oltreoceano e capiremo come il nostro Paese può tornare a pensare in grande, ripartendo dalla sua vocazione più antica e preziosa: quella dell’artigiano.

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