Comunicare dal Sud per conoscere il mercato della comunicazione: intervista ad Antonello Vivolo

Antonello Vivolo è founder dell’agenzia The Village, delegato per la Campania di UNA – Aziende della Comunicazione Unite 

Perché hai scelto di lavorare nel mondo della comunicazione? 

In realtà non l’ho scelto: è successo veramente per caso, in una calda serata estiva di 15 anni fa, dopo un incontro casuale con un amico, che oggi è il mio socio. Quindi non parlerei di scelta ma di congiunzione astrale: posto giusto, momento giusto, con la persona giusta. E mi sono innamorato subito del settore.

Perché dal Sud? Una scelta oppure una necessità? 

Una scelta consapevole, ogni giorno rinnovata. Dopo aver abbandonato l’Italia per circa due anni ho avuto la certezza che la lontananza dalla mia terra non fosse emotivamente sostenibile. Viviamo in un territorio che ha una storia millenaria nella comunicazione – basti pensare alla capacità dei napoletani di raccontare, di sedurre, di emozionare. Quella tradizione orale è un patrimonio culturale che, se messo a sistema con gli strumenti moderni, diventa un vantaggio competitivo straordinario. Restare qui non è una rinuncia: è una scommessa sul futuro del Sud.

Il nostro settore vive un momento di evoluzione e cambiamento. Che cosa significa per te questa rivoluzione e quale strategia adottare per viverla? 

Significa che dobbiamo smettere di avere paura e cominciare ad avere curiosità. L’intelligenza artificiale, i nuovi media, la frammentazione delle audience: tutto questo non sta distruggendo la comunicazione, la sta reinventando. La strategia che mi sento di suggerire è una sola: mettere sempre al centro l’essere umano. Le tecnologie cambiano, i canali cambiano, ma il bisogno di essere capiti, ascoltati e coinvolti rimane costante. Chi saprà usare i nuovi strumenti mantenendo questo sguardo umano avrà un vantaggio enorme.

Sei il delegato UNA – Aziende della Comunicazione Unite – in Campania. Come valuti lo stato attuale della comunicazione nella tua regione?

Con realismo e ottimismo allo stesso tempo. La comunicazione campana ha fatto passi in avanti significativi: ci sono agenzie e professionisti di altissimo livello, una creatività autentica che non ha nulla da invidiare ai grandi del Nord Italia. Il problema strutturale resta però la frammentazione: troppe realtà che lavorano in isolamento, poca cultura della collaborazione e della rappresentanza di categoria. Il mio ruolo in UNA nasce proprio da qui: mi piacerebbe contribuire a costruire una comunità professionale più coesa, più visibile, più capace di dialogare con le istituzioni e con il mercato nazionale.

Quali sono le principali sfide lavorando in questo settore, dalla Campania, a partire da Napoli e nelle aree interne? 

Le sfide sono diverse. Napoli ha massa critica, ha clienti, ha talenti, ma soffre ancora di una percezione esterna che non riflette la qualità reale di chi lavora qui. Le aree interne, invece, hanno un problema di ecosistema: mancano infrastrutture digitali adeguate, mancano committenti strutturati, e i giovani professionisti migliori tendono a spostarsi verso i grandi centri. La sfida più grande è forse culturale: convincere le imprese campane che investire in comunicazione è uno strumento di crescita. Su questo c’è ancora molto lavoro da fare, anche se si è avvertito un notevole cambiamento da 15 anni a questa parte.

Che cosa ti spinge a lavorare per contribuire a migliorare il settore della comunicazione attraverso il tuo ruolo in UNA?

La stessa cosa che mi ha fatto innamorare di questo mestiere quindici anni fa: la convinzione che le cose possano andare meglio se qualcuno si rimbocca le maniche. Non sono abituato a lamentarmi del contesto senza fare nulla per cambiarlo. In UNA ho trovato uno spazio in cui il contributo individuale può avere un impatto collettivo reale: lavorare per gli standard del settore, per la formazione, per la dignità professionale di chi fa comunicazione in questa regione. È un impegno che sento come una responsabilità, prima ancora che come un ruolo.

I giovani comunicatori del futuro. Qual è il tuo rapporto con i tanti giovani che si avvicinano alla nostra Industry? 

È uno dei rapporti che mi nutre di più. I giovani che si avvicinano alla comunicazione oggi hanno una marcia in più rispetto alla mia generazione: sono nati digitali, hanno intuizioni fresche, non portano il peso dei vecchi paradigmi. Il mio compito non è insegnar loro come si faceva una volta, ma aiutarli a costruire una visione critica di quello che stanno già facendo istintivamente bene. E poi c’è una cosa che ripeto spesso: restate qui. La Campania ha bisogno delle vostre energie, e voi avete bisogno delle radici per raccontare storie vere.

Formazione, esperienza, talento, visione, fortuna, tenacia: sono queste le keywords per ottenere successo nel mondo della comunicazione?

Sono tutte necessarie, ma cambia il peso che hanno nelle diverse fasi della carriera. All’inizio contano tantissimo il talento e la formazione, senza basi solide si va poco lontano. Con il tempo, l’esperienza affina il giudizio e la visione si allarga. La tenacia, invece, è trasversale a tutto: in un settore come il nostro, che cambia continuamente e che non ti regala mai niente, senza la capacità di rialzarsi e ricominciare si resiste poco. La fortuna esiste, ma preferisco non affidarmi a lei: preferisco essere pronto quando arriva. E poi c’è una parola che manca nella lista e che per me è fondamentale: l’ascolto.

La tua più grande soddisfazione professionale? 

È difficile sceglierne una sola dopo quindici anni. Ma se devo indicare qualcosa che mi ha dato un senso profondo, è ogni volta che l’agenzia ha contribuito a far emergere una realtà campana che meritava visibilità. In ogni caso, i grandi risultati son sempre nati da un rapporto di fiducia profonda con clienti che avevano una visione chiara e il coraggio di perseguirla.

Guardando al futuro: come immagini la comunicazione nei prossimi anni?

La immagino più ibrida, più veloce, e paradossalmente più umana. Ibrida perché l’AI ridisegnerà molti processi produttivi, ma non potrà mai sostituire la capacità di generare empatia autentica. Più veloce perché i cicli dell’attenzione si accorciano e bisognerà saper essere rilevanti in pochi secondi. E più umana perché, proprio in risposta alla saturazione digitale, crescerà il valore delle esperienze genuine, delle storie radicate in un luogo, in una comunità. Il Sud, con la sua identità così forte e così raccontabile, in questo scenario ha decisamente un vantaggio. Sta a noi saperlo usare.

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