La città che pensa: oltre i dati, dentro le decisioni

La spinta verso l’innovazione è radicata nella storia e nella struttura stessa dei centri urbani. È da questa premessa che parte il nuovo appuntamento di “Connessioni Digitali” di cui vi proponiamo il video integrale, che ha visto ospite Maurizio Carta – assessore alla Rigenerazione Urbana del Comune di Palermo e professore di Urbanistica UniPa.

Nella conversazione con gli economisti Carlo Amenta e Sebastiano Bavetta, emerge chiaramente come l’innovazione non sia un fenomeno isolato – guidato esclusivamente da investimenti in tecnologia o dal genio di individui eccezionali – bensì il prodotto diretto e vitale dell’ecosistema urbano.

Dalla città-macchina alla “città modulare”

La città, infati, è stata inventata proprio per funzionare come piattaforma abilitante delle relazioni, segnando il superamento del modello tribale che tendeva a segregare le comunità. Nel corso del Novecento, tuttavia, si è imposto un modello di città fordista e corbusieriana che, nel tentativo di massimizzare l’efficienza, ha trasformato lo spazio urbano in una “macchina per abitare” iper-regolata e frammentata.

Secondo Carta, oggi è necessaria una nuova rivoluzione urbanistica che rifiuti questa rigidezza per tornare a una “città modulare” di stampo preindustriale: un ambiente caratterizzato da una biodiversità permanente, in cui le funzioni si miscelano e lo spazio non è rigidamente predefinito, ma si adatta ai bisogni e alle emozioni delle nuove comunità.

Il nuovo ruolo dell’urbanista e le generazioni future

In questo scenario complesso, il ruolo dell’urbanista cambia radicalmente. Non è più un decisore solitario che impone uno spartito rigoroso, ma diventa l’orchestratore di una città “coprodotta”, dove l’esecuzione urbana è un mix di regole e improvvisazione, proprio come nella musica contemporanea. L’urbanista deve imparare a parlare i linguaggi della quotidianità, dell’emergenza e persino del disordine. Riprendendo il pensiero di Jane Jacobs, Carta sottolinea una responsabilità fondamentale: bisogna lasciare degli “spazi vuoti” nella progettazione, affinché possano essere plasmati e occupati dalle domande e dai bisogni delle generazioni non ancora nate.

Il caso Palermo: abbattere i costi dell’innovazione

Applicando questi concetti al capoluogo siciliano, emerge che Palermo possiede già una forte prossimità fisica, una vivace socialità informale e spazi urbani “porosi”. È una città ideale per iniziare e sperimentare, poiché abbassa notevolmente i costi legati all’errore e all’esplorazione. Tuttavia, Palermo presenta costi elevati di coordinamento e di fiducia, risultando un ambiente instabile e caratterizzato da incertezza sui risultati delle azioni. La grande sfida urbanistica è quindi trasformare una città che favorisce l’esplorazione in una che sostenga anche la perseveranza e il consolidamento delle idee.

La complessità, gli algoritmi e il giudizio umano

La città contemporanea è un sistema aperto e un ambiente decisionale complesso, in cui le informazioni sono incomplete e gli obiettivi plurali. In questo contesto, l’uso dei dati e degli algoritmi deve servire a supportare il giudizio umano, non a sostituirlo. Il rischio delle cosiddette “città data-driven” è quello di trasformarsi in luoghi “decision-free”, dove le scelte appaiono oggettive solo perché misurabili, ignorando i conflitti di valore e le sfumature che solo un giudizio umano responsabile può integrare e risolvere.

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