La dittatura degli algoritmi: il business della rabbia, la paura e la crisi dell’informazione
Connessioni Digitali - 06/05/2026
di Luisa Cassarà
L’utopia originaria di Internet si è ormai infranta contro il modello predatorio della Silicon Valley, riassunto dal cinico motto “Move fast and break things“. Ma in che modo, esattamente, le grandi piattaforme sono riuscite a tenerci incollati agli schermi, massimizzando i loro profitti a discapito della nostra serenità e della qualità dell’informazione?
La risposta, come ha spiegato Riccardo Luna durante la tappa palermitana di “Connessioni Digitali“, risiede nell’evoluzione degli algoritmi. Nati inizialmente per mostrarci i contenuti più recenti o quelli dei nostri amici più stretti, gli algoritmi si sono presto trasformati in macchine progettate per catturare la nostra attenzione sfruttando le emozioni umane più antiche e primordiali.
Il business delle emozioni negative
Per farci trascorrere più tempo sulle piattaforme – e quindi venderci più pubblicità – i social network hanno scoperto che non c’è nulla di più efficace delle emozioni negative. In particolare, due leve si sono rivelate potentissime: la rabbia e la paura. Queste emozioni, fondamentali per la sopravvivenza dell’Homo sapiens fin dalla notte dei tempi, sono state trasformate in un cinico modello di business.
La paura, ad esempio, fa una presa fortissima sulle persone anziane, che sono approdate in massa sui social network durante l’isolamento della pandemia di Covid-19. Quando l’algoritmo si accorge che un utente clicca su notizie allarmanti, inizia a bombardarlo di contenuti simili.
Il risultato? Una distorsione totale della realtà. Luna ha raccontato l’esempio di sua madre ottantaseienne, il cui feed di Facebook si è trasformato in un incubo: “Un feed che sembra Gotham City prima dell’arrivo di Batman, un posto dove non puoi uscire di casa”. La paura indotta dall’algoritmo modifica la percezione del mondo, le abitudini quotidiane e persino il modo di votare.
Il paradosso della sicurezza e le colpe del giornalismo
Questa percezione distorta si scontra clamorosamente con i dati reali. Nel 2024, l’Italia ha registrato 324 omicidi: il numero più basso in assoluto nella storia del nostro Paese. Siamo uno degli Stati più sicuri al mondo. Eppure, l’allarme sociale sembra ai massimi storici.
Di chi è la colpa? Non solo degli algoritmi, ma anche di un sistema dell’informazione che ha scelto di assecondarli. “A un certo punto ci siamo venduti anima e corpo a Facebook e Google“, ha ammesso Luna, spiegando come i giornali abbiano smesso di fare informazione autonoma per inseguire la viralità, riempiendo i siti di cronaca nera o rincorrendo l’ottimizzazione SEO. Invece di aumentare la qualità, l’editoria ha abbassato l’asticella pur di mendicare qualche clic.
La rabbia, il populismo e le bugie
Se la paura funziona sugli anziani, la rabbia è l’esca perfetta per le generazioni di mezzo e per i più giovani. I social network hanno offerto un palcoscenico a chiunque volesse dare la colpa dei propri fallimenti agli altri – che fossero politici, giornalisti o scienziati – alimentando il populismo su scala globale. Già nel 2018, un documento interno di Facebook confermava che l’algoritmo favoriva e alimentava attivamente la rabbia degli utenti.
In questo ecosistema, le bugie viaggiano molto più veloci della verità. Non per un complotto politico, ma per la natura stessa dell’informazione: la verità è spesso complessa, ricca di sfumature (come il difficile Accordo di Parigi sul clima), mentre la bugia è semplice, rassicurante e diretta (come lo slogan “trivelliamo tutto e abbassiamo le tasse“). L’algoritmo agisce come un “carburante speciale” che fa decollare le falsità, premiandole sistematicamente.
La via d’uscita: tornare alle comunità
Come possiamo uscire da questa crisi democratica e informativa? La soluzione, secondo Luna, è smettere di rincorrere il traffico facile e ricominciare a investire sulla qualità e sul rapporto di fiducia con i lettori. Modelli editoriali come quello de Il Post, capace di raccogliere 120.000 abbonati paganti non per vendere notizie esclusive, ma per il senso di appartenenza a una comunità informata e pacata, dimostrano che un’alternativa esiste.
Se gli algoritmi ci vogliono impauriti e arrabbiati per venderci pubblicità, l’atto di ribellione più grande è tornare a costruire spazi di informazione di qualità e relazioni umane autentiche.
Questa è la seconda parte del nostro approfondimento dedicato alla tappa palermitana di “Connessioni Digitali” con Riccardo Luna. Ma c’è una fascia di età su cui l’algoritmo sta incidendo di più: i minori. Nella prossima uscita affronteremo il dramma della “generazione ansiosa” e scopriremo perché l’esposizione precoce agli smartphone sta alterando le capacità cognitive dei nostri ragazzi.
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