Europa e Africa, il remanufacturing apre una strada alla cooperazione industriale

Dalla Nigeria alla Scozia, passando per i laboratori europei, EuAReman 2026 ha messo a confronto esperienze e bisogni differenti. Il messaggio emerso a Palermo: la transizione verso un’industria più circolare richiede scambio di competenze, formazione e partnership alla pari.

L’Africa non è soltanto un mercato al quale destinare tecnologie sviluppate altrove. È un continente nel quale si possono costruire competenze industriali, sviluppare soluzioni e sperimentare modelli produttivi capaci di rispondere a problemi condivisi con l’Europa. È una delle questioni centrali emerse a EuAReman 2026, il workshop internazionale sul remanufacturing che si è svolto a Palermo dal 7 al 9 ottobre, mettendo in relazione ricercatori, università, imprese e organizzazioni di diversi Paesi. Il tema della rimanifattura offre una chiave concreta per affrontare questa relazione. Rigenerare macchinari, componenti e prodotti già utilizzati significa intervenire sulla disponibilità delle risorse, sui costi di produzione, sulle competenze tecniche e sull’accesso ai beni industriali. Ma significa anche porsi una domanda: chi progetta le soluzioni, chi ne controlla le tecnologie e chi beneficia del valore economico generato?

Dalla Nigeria, la richiesta di competenze e relazioni stabili

Tra i partecipanti al workshop c’è stato Adewale Basir Ikotun, ingegnere e rappresentante della nigeriana Automation and Engineering Academy, coinvolto anche nel comitato organizzatore della conferenza. Nel suo intervento ha affrontato il tema della formazione e dello sviluppo delle competenze necessarie al settore della rimanifattura. Nell’intervista realizzata durante i lavori, Ikotun descrive l’esperienza palermitana come un’opportunità per conoscere tecnologie emergenti e confrontarsi con persone provenienti da Paesi differenti. Uno dei riferimenti è l’Industria 5.0, un approccio che affianca alle tecnologie avanzate l’attenzione alle persone, alla sostenibilità e alla resilienza dei processi produttivi. Per il rappresentante nigeriano il problema non è semplicemente acquistare macchinari più moderni. È sviluppare le competenze delle persone che dovranno progettarli, utilizzarli, mantenerli e rigenerarli. Questo sposta il significato della cooperazione: dalla fornitura di tecnologie alla costruzione di capacità industriali. Ikotun racconta anche che la relazione con il CNR non è nata nei giorni della conferenza. Secondo la sua testimonianza, la collaborazione e il confronto proseguivano già da circa otto mesi. È un elemento significativo. Un evento può favorire nuovi contatti, ma sono le relazioni costruite nel tempo a creare le condizioni per progetti di ricerca, formazione e collaborazione industriale.

Un architetto nigeriano tra Venezia, Milano e Berlino

Una seconda prospettiva arriva dall’esperienza di Christian Jonathan, architetto di origine nigeriana che ha studiato allo Iuav di Venezia, ha completato nel 2026 il dottorato al Politecnico di Milano e lavora a Berlino con Build Earth, organizzazione impegnata nella ricerca e nello sviluppo di materiali per le costruzioni. La sua attività attraversa diversi contesti geografici, tra cui Kenya, Tanzania, India, Bhutan ed Europa. Nell’intervista raccolta al CNR di Palermo, Jonathan sottolinea soprattutto un aspetto del workshop: l’incontro tra settori che normalmente non dialogano. Automotive, abbigliamento, beni di consumo e costruzioni affrontano problemi produttivi differenti. Eppure la possibilità di recuperare materiali, ridurre gli scarti e prolungare la vita utile dei prodotti crea occasioni per condividere metodi e soluzioni. Per chi lavora nelle costruzioni, il confronto con altri settori può essere particolarmente utile. Un edificio non si rigenera come un componente meccanico, ma entrambi pongono problemi di progettazione, recuperabilità dei materiali, controllo delle prestazioni e gestione del fine vita. Il percorso di Jonathan racconta anche un altro fenomeno: la circolazione internazionale dei talenti. Le competenze si formano attraversando università e Paesi, mentre i problemi affrontati dalla ricerca coinvolgono territori molto diversi. Per la Sicilia, ospitare questi scambi può assumere valore se alle occasioni di confronto seguiranno collaborazioni scientifiche e operative.

Il contributo della ricerca europea

La dimensione internazionale di EuAReman è stata sostenuta anche dal contributo della professoressa Winifred Ijomah, dell’Università di Strathclyde, co-presidente del workshop. La sua relazione plenaria ha posto il remanufacturing al centro del dibattito sulla sostenibilità industriale. La partecipazione dell’ateneo scozzese ha inoltre rafforzato il collegamento tra il lavoro scientifico sviluppato a Palermo e una rete internazionale di ricerca già attiva su questi temi. Dalla conferenza emerge così un quadro nel quale la cooperazione non riguarda soltanto i singoli progetti, ma la possibilità di far dialogare esperienze industriali, approcci accademici e sistemi formativi. È un passaggio rilevante perché le barriere alla diffusione della rimanifattura non sono soltanto tecnologiche. Riguardano la disponibilità di personale qualificato, la fiducia dei clienti, la definizione di standard, i finanziamenti e la costruzione di mercati per i prodotti rigenerati.

Il nodo delle partnership: dall’incontro ai progetti

La giornata conclusiva di Palazzo Chiaramonte-Steri ha affrontato anche gli strumenti necessari a sostenere le collaborazioni. Il coinvolgimento di EURAXESS Africa, insieme ad APRE, SACE, SIMEST ed Enterprise Europe Network, ha portato nella discussione le opportunità di mobilità, ricerca, networking e supporto alle imprese. Sul tavolo non c’è soltanto la possibilità di trasferire soluzioni europee verso Paesi africani. La sfida è costruire partnership nelle quali bisogni locali, conoscenze scientifiche e capacità industriali contribuiscano congiuntamente alla definizione dei progetti. Questo implica anche riconoscere le differenze tra i contesti. Un modello economicamente sostenibile in un Paese europeo può non esserlo in una regione africana, e viceversa. Disponibilità dei materiali, infrastrutture, mercato del lavoro e accesso al capitale cambiano le condizioni nelle quali una tecnologia può funzionare. La cooperazione diventa realmente utile quando parte da queste differenze, anziché ignorarle.

La posizione della Sicilia nel Mediterraneo

La scelta di Palermo assume, in questa prospettiva, un significato preciso. La Sicilia può essere un punto di incontro tra università, centri di ricerca e imprese che operano in contesti differenti. Ma la collocazione geografica, da sola, non garantisce alcun risultato. Per rendere stabile questa funzione occorrono relazioni internazionali continuative, progetti finanziabili, mobilità dei ricercatori e occasioni di trasferimento tecnologico verso le imprese. L’annunciata seconda edizione di EuAReman, prevista a Palermo nel 2028, offrirà una prima occasione per verificare se il dialogo avviato nel 2026 avrà prodotto nuovi percorsi comuni. Il valore dell’iniziativa sta proprio nella possibilità di cambiare la domanda di partenza: non soltanto quali tecnologie l’Europa può offrire all’Africa, ma quali soluzioni Europa e Africa possono sviluppare insieme, valorizzando competenze, necessità e opportunità presenti su entrambe le sponde.