Il coraggio di unire l’Europa – Leadership, finanza e competitività

La Lectio Magistralis di Andrea Orcel, Amministratore Delegato del Gruppo UniCredit e Presidente di UniCredit Foundation, in occasione del conferimento della Laurea Magistrale honoris causa in “Scienze Economiche e Finanziarie” presso l’Università degli Studi di Palermo.

Massimo Midiri e Andrea Orcel

Introduzione

Arrivare in Sicilia significa comprendere, ancora una volta, perché nel corso dei secoli sia stata contesa da popoli e nazioni diverse.

La sua posizione strategica, la sua bellezza e il suo straordinario patrimonio culturale ne fanno un luogo da amare e un tesoro da difendere.

Per me la Sicilia ha anche un significato personale.

È da qui che viene mio padre ed è qui che affondano le radici della mia famiglia.

Per questo, anche se la mia carriera mi ha portato lontano, mi sento sempre a casa ogni volta che torno.

Dal 2021, ho il privilegio di guidare UnICredit, una banca leader in 15 mercati europei, con una squadra eccezionale di circa 70.000 persone al servizio di 20 milioni di clienti.

Viaggio spesso per incontrare e confrontarmi con quante più persone possibile: è da loro che traggo energia ed ispirazione, sono loro a ricordarmi il motivo per cui esiste UniCredit.

Per le persone che incontriamo ogni giorno, per le comunità come quelle qui in Sicilia, per i piccoli imprenditori e le grandi aziende che vogliono crescere, creando opportunità, ricchezza e lavoro.

Vorrei quindi usare il tempo di oggi per riflettere proprio su questo tema: sul legame tra globale e locale.

Sull’impatto che i cambiamenti geopolitici, macroeconomici e tecnologici hanno su persone, imprese e comunità.

E mentre riflettiamo su come il globale incida sul locale, su come il macro si rifletta nel micro, desidero soffermarmi anche su come UniCredit possa e debba svolgere un ruolo essenziale nel collegare queste due dimensioni, offrendo esempi concreti di ciò che è possibile realizzare quando ci si unisce attorno ad un’ambizione comune.

Il cambiamento che stiamo vivendo

È evidente che stiamo vivendo un momento di profonda trasformazione globale.

Solo cinque anni fa, l’ordine globale costruito nel dopoguerra era ancora sostanzialmente intatto.

Certo, non erano mancati momenti difficili – e la crisi finanziaria aveva intaccato la fiducia nelle banche, nelle istituzioni e nella politica – ma le regole e le convinzioni su cui poggiava il sistema globale restavano solide.

Il diritto internazionale contava ancora molto, in quasi tutti i contesti.

Le alleanze consolidate erano affidabili e coerenti.

Il commercio internazionale continuava a crescere.

La maggior parte dei leader mondiali agivano ancora all’interno di un quadro condiviso di presupposti, a prescindere dalle differenze personali.

Oggi non è più così.

Oggi vediamo un mondo segnato da tensioni crescenti e profonde fratture tra le cosiddette “potenze”.

È vero a livello globale ed è vero anche in Europa.

Esistono fratture tra Nord e Sud, all’interno degli stessi Stati e tra le regioni che attraggono investimenti e talenti e quelle che faticano a trattenerli.

L’Italia si è spesso trovata al centro di questa dinamica, così come la Sicilia.

Per decenni questa terra ha pagato il prezzo della frammentazione e della burocrazia: ostacoli agli investimenti, perdita di giovani talenti, e sviluppo economico più lento.

Eppure oggi qualcosa sta cambiando.

La posizione geografica dell’Italia e della Sicilia sta tornando a essere un vantaggio strategico.

L’Europa guarda nuovamente a Sud, in cerca di resilienza, sicurezza e opportunità.

Questa è una lezione importante: il cambiamento genera incertezze e rischi, ma crea anche opportunità per chi è pronto a coglierle – per chi sa assumersi dei rischi, investendo e costruendo per il futuro.

A livello globale, il mondo è tornato a essere definito dalla competizione tra grandi potenze, determinate a mantenere la loro influenza in un mondo che cambia rapidamente.

Le Nazioni sono sempre più pronte a usare ogni leva a disposizione – energia, tecnologia, potenza economica e militare – per prevalere, creando un contesto più imprevedibile e volatile, basato sulla forza.

Lo abbiamo visto in Ucraina, in Groenlandia, in Venezuela, in Medio Oriente e in Iran.

Queste regioni condividono non solo la presenza di abbondanti risorse naturali, ma anche una crescente centralità negli equilibri globali.

L’amministrazione Trump è determinata a mantenere la leadership degli Stati Uniti, contrastando l’ascesa globale della Cina, in una forma di competizione tra potenze che ricorda la Guerra Fredda: una competizione strategica su scala mondiale, senza confronto militare diretto.

Almeno per ora.

È evidente che i rapporti commerciali sono ormai influenzati da logiche di potere economico e politico, con un ricorso crescente alla forza e ad altri strumenti di pressione per perseguire interessi strategici.

Le conseguenze arrivano fino a noi.

Che si tratti delle bollette energetiche che aumentano a ogni nuovo conflitto, delle rotte commerciali diventate meno prevedibili, o dell’aumento dei costi del carburante e delle materie prime che gravano sul turismo.

Sono le imprese e le famiglie a subirne le conseguenze.

Ancora una volta, il globale diventa locale.

Ma è proprio nei momenti più difficili che si affermano i leader del futuro: quelli che sanno guardare avanti, adattarsi al cambiamento e avere il coraggio e la forza di trasformarsi.

La forza dell’utopia

Questa parola – Forza – è centrale.

In un mondo in cui potere, incertezza e volatilità sono la nuova normalità, abbiamo bisogno di forza per difendere ciò in cui crediamo e costruire il nostro futuro.

La forza di uno scopo. Di convinzioni solide. Di valori condivisi.

Ma anche la forza economica e militare.

“Forza e onore”, dicevano i Romani.

Perché ciò in cui crediamo – lo Stato di diritto, le società aperte e il multilateralismo non può essere difeso con le sole intenzioni.

Servono competitività globale, forza economica e indipendenza energetica, tecnologica e nei talenti.

Per avere successo, l’Europa può e deve fare uno scatto decisivo e diventare il terzo blocco economico globale, allo stesso livello di Stati Uniti e Cina.

E sono convinto che possa riuscirci.

Il nostro continente ha tutto ciò che serve per avere successo.

Ma deve passare dalle intenzioni ai fatti.

Primo: serve convergenza.

L’Europa deve portare a fattor comune le proprie infrastrutture – che si tratti di mercati dei capitali, banche, industrie, energia, tecnologia o difesa.

Se non creiamo insieme queste fondamenta, non potremo mai essere davvero competitivi su scala globale.

L’Europa deve eliminare le barriere interne che ancora esistono alla libera circolazione di beni e servizi, che oggi equivalgono rispettivamente a tariffe del 45% e del 110%.

Molti temono che un approccio basato su un maggior livello di integrazione possa compromettere identità e sovranità nazionale; in realtà è l’unico modo per proteggerle.

Secondo: la forza economica viene sostenuta da banche solide e mercati dei capitali efficienti.

Gli Stati Uniti lo hanno capito da tempo: la capitalizzazione dei loro mercati dei capitali ha raggiunto il 220% del PIL contro il 65% dell’Europa e le loro banche hanno dimensioni che sono un multiplo di quelle europee.

Una parte enorme dei risparmi europei resta inattiva in deposito o finisce per finanziare Stati Uniti e Cina attraverso investimenti veicolati dai loro mercati dei capitali.

La transizione energetica non avverrà senza capitali – che possono essere reperiti solo sul mercato – o finanziamenti, che possono essere concessi solo da banche di dimensioni molto maggiori delle nostre.

Lo stesso vale per gli investimenti nella difesa e nella trasformazione industriale di cui l’Europa ha urgente bisogno.

E per lo sviluppo tecnologico che definirà il prossimo decennio.

Dietro ogni grande investimento, ogni indirizzo industriale, ogni progetto infrastrutturale, ci sono o fondi raccolti sui mercati dei capitali, oppure finanziamenti di una banca.

L’Europa deve prima decidere di muoversi in una direzione chiara, ma poi deve dotarsi degli strumenti per finanziarne lo sviluppo.

E questo richiede mercati dei capitali molto più sviluppati di oggi e banche di dimensioni adeguate.

Senza questo, qualunque ambizione resta solo teorica.

IL RUOLO DELLE BANCHE
Vorrei ricordare il ruolo delle Banche.

La loro funzione nel creare valore per i loro azionisti, raccogliendo così i capitali necessari; la loro funzione nel sostenere lo sviluppo economico e dei territori in cui sono presenti; e la loro responsabilità sociale.

Le banche aiutano le persone a raccogliere risorse finanziarie, a condividere rischi e a realizzare i loro progetti.

Un mutuo non è solo un prodotto finanziario: è la prima casa di una famiglia.

Una linea di credito non è soltanto un rendimento ponderato per il rischio: è l’impresa di qualcuno, il lavoro di una vita costruito in anni di impegno. E’ creazione di ricchezza e occupazione.

Quando una banca sostiene un giovane imprenditore a Palermo o un piccolo produttore in Baviera, non sta solo approvando un’operazione commerciale.

Sta dando fiducia a una persona, alla comunità in cui opera e al futuro che può contribuire a costruire.

L’Italia lo ha capito prima di molti altri: questi principi fanno parte della nostra storia e della nostra cultura – anche se oggi, troppo spesso, vengono dimenticati.

È per questo che l’obiettivo ultimo di UniCredit è fornire alle comunità in cui è presente le leve per il loro progresso.

Abbiamo sempre creduto che una banca debba essere parte viva delle realtà che serve: non solo una presenza sul territorio, ma un motore di crescita reale per le persone, le imprese e la collettività.

UniCredit in Sicilia

In Sicilia siamo al fianco di circa 300 enti pubblici: ospedali, comuni, università.

Dietro ogni relazione ci sono servizi essenziali, quelli che permettono al tessuto locale di funzionare, crescere e restare unito.

È questo il senso più autentico e profondo del nostro lavoro.

Per me non è soltanto una convinzione legata all’aspetto professionale: è un’idea che nasce anche dalla mia storia personale.

Sono cresciuto a Roma, ma ho origini siciliane.

Mio padre e mio zio vengono da Gela: il loro percorso e il loro modo di vedere il mondo hanno contribuito a formare una convinzione che mi accompagna da sempre: una banca deve essere al servizio di persone, imprese e comunità.

Il contatto umano è prezioso, non dobbiamo mai perderlo di vista.

Penso al cugino di mio nonno, nato proprio qui a Palermo il giorno di Natale del 1887.

Un sindacalista che dedicò la sua vita ai diritti dei lavoratori siciliani.

Al centro del suo impegno c’era un’idea semplice ma potente: operai industriali e braccianti agricoli non dovevano combattere battaglie separate, ma unirsi intorno a una causa comune.

Nella Sicilia degli anni ’20 pensarla così era pericoloso: significava sfidare apertamente lo status quo. Fu assassinato per le sue idee, a soli 33 anni.

Ancora oggi, una targa in suo onore in corso Vittorio Emanuele ricorda il luogo in cui cadde.

Non so se avrebbe mai immaginato che un suo discendente avrebbe guidato una banca. Ma mi piace pensare che, se lo avesse saputo, ne avrebbe compreso il senso e l’importanza.

Perché ciò per cui si batteva – l’idea che tutti meritino accesso alle opportunità, e che chi è lontano dai centri del potere non debba restare solo – non è poi così distante da ciò che una buona istituzione finanziaria dovrebbe fare.

Quando sono arrivato in UniCredit, mi ha colpito scoprire che da anni un Amministratore Delegato della nostra Banca non visitava la Sicilia, una regione in cui abbiamo una quota di mercato di quasi il 25%, di cui siamo il maggiore contribuente, e dove siamo per molti sinonimo di “Banca”.

Questo è uno dei motivi per cui visito personalmente e trascorro tempo di qualità con i miei colleghi in ciascuno dei nostri 15 paesi e 7 regioni italiane almeno due volte all’anno.

Perché è proprio da lì – dall’ascolto reale, dal contatto diretto, dalla fiducia reciproca poste al servizio di grandi ambizioni – che nascono il cambiamento e il miglioramento.

Ed è esattamente così che abbiamo trasformato UniCredit negli ultimi anni.

UniCredit oggi

Nel 2021, molti mi consigliarono di non accettare l’incarico e di non assumere la guida di questa Banca.

Io, però, intravedevo qualcosa che gli altri faticavano a vedere: il potenziale e la voglia di rivincita delle persone di UniCredit.

Chiedevano solo di essere messe alla prova.

Sono sempre stato ispirato dalle figure storiche capaci di guardare oltre i limiti considerati invalicabili da altri.

Di unire le persone per andare oltre quei limiti e raggiungere l’impossibile.

Scipione l’Africano è stato uno dei miei eroi fin da ragazzo.

La sua storia mi torna spesso in mente quando penso a quanto le nostre persone abbiano conseguito negli ultimi cinque anni.

Scipione scelse di comandare le leggendarie legioni Cannensi, ovvero la quinta e la sesta, che erano state umiliate da Annibale, leader militare fino ad allora imbattuto.

Erano state esiliate in Sicilia, lasciate quasi a marcire dopo aver ceduto e perso contro di lui.

Scipione le riunì intorno a uno scopo comune – battere Annibale e riguadagnare il loro orgoglio.  

Le addestrò intensamente, transformandole in una macchina bellica d’ élite mossa da un feroce desiderio di riscatto e assieme a loro disegnò strategie militari che vengono studiate ancora oggi.

Attraversò quindi il Mediterraneo e portò la sfida direttamente a Cartagine, sconfiggendo Annibale e i suoi elefanti e cambiando il corso della storia. 

Anche noi in UniCredit siamo partiti da un punto simile.

UniCredit era diventata, agli occhi di molti, solo l’ombra di ciò che era stata in passato.

Vi era una convinzione generalizzata che avesse fatto il suo tempo e non avesse più niente da dare.

Ma in UniCredit c’erano ancora le stesse persone che, prima della crisi finanziaria, avevano contribuito a farne un’eccellenza del sistema bancario europeo.

Non erano loro ad aver fallito: era la struttura attorno a loro ad aver ceduto.

Il loro potenziale era rimasto intatto.

Serviva solo che si credesse in loro, li si unisse attorno ad un obiettivo ambizioso comune – divenire la Banca per l’Europa e il benchmark di settore – e si creassero le condizioni perché potessero tornare a vincere.

La nostra strategia, UniCredit Unlocked, è nata così proprio dalle nostre persone.

Abbiamo scelto di ascoltarle e di ridurre i livelli organizzativi, eliminando burocrazia superflua e riportando le decisioni vicino ai clienti.

In Italia questo ha dato vita a una nuova struttura: sette regioni, direi quasi Banche con grande autonomia gestionale.

La Sicilia è una di queste regioni, a cui abbiamo dato un livello di responsabilità come nessun’altra banca in Italia.

Allo stesso tempo, abbiamo messo a fattor comune tecnologia, acquisti, fabbriche prodotto, ed ecosistema.

Il primo passo è stato però unire il Gruppo e le sue persone attorno a una Visione, una Strategia e una Cultura condivise e distintive.

Qualcosa in cui ognuno di noi potesse riconoscersi.

Abbiamo definito tre valori fondamentali, intervistando quasi 30.000 persone in 9 mesi.

I primi due erano assolutamente imprescindibili: Integrity e Ownership.

Il terzo, invece, mi ha sorpreso: Caring.

Per le nostre persone, fare bene il proprio lavoro significava prendersi cura dei clienti, dei colleghi, e della Banca stessa.

Avevano già capito che cosa volesse dire appartenere davvero a questa istituzione.

Io, invece, lo stavo imparando.   

L’istinto di muoversi insieme, di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il proprio ruolo, il proprio dipartimento, persino il proprio Paese, non è solo un valore culturale.

È, direi, uno degli ingredienti essenziali per costruire qualcosa destinato a durare.

UniCredit e l’Europa

UniCredit può essere vista come un microcosmo dell’Unione Europea: un esempio virtuoso di come una Visione comune, una Strategia condivisa, principi chiari e valori distintivi possano permettere a un gruppo di persone di smettere di discutere, mettersi al lavoro insieme e ottenere risultati eccezionali.

Il nostro è un modello federale, che valorizza le differenze, e mette a fattor comune quanto ci permette di difenderle.

Ciò che ci definisce a livello locale resta locale; ciò che può essere condiviso e generare valore per tutti viene messo a fattor comune.

È questo equilibrio tra autonomia e integrazione che ci consente di eccellere, difendere ciò in cui crediamo, definire nuovi standard e farlo con passione.

Un’impresa a Palermo ha bisogno di una banca che conosca la Sicilia.

Ma ha anche bisogno di tecnologie, prodotti e vantaggi realizzabili solo grazie a una scala paneuropea; ha bisogno di un partner capace di accompagnarla in Italia, nei Balcani, collegarla alla Germania e aprirle le porte in Grecia.

È questa combinazione di radici locali, leadership italiana, portata paneuropea e capacità di far leva sulla scala – unita alla nostra cultura, strategia e visione – a fare la differenza e distinguerci.

Per me, questo è anche ciò che deve fare l’Europa per esprimere il proprio enorme potenziale: connettere il locale con il globale.

Questa è l’Europa che dobbiamo costruire: accogliere le differenze, unirci intorno a uno scopo comune e trasformare la coesione in forza.

Questo è un dovere di tutti noi e non solo dei nostri leader politici.

LA SFIDA TECNOLOGICA

Se non ora, quando?

Perché c’è un altro cambiamento che rende tutto ciò più urgente che mai: la trasformazione tecnologica.

L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo in cui viviamo a una velocità senza precedenti, ridefinendo gli equilibri e le posizioni competitive e di forza che esistono oggi.

Le organizzazioni e le istituzioni che sapranno cogliere l’opportunità avranno un vantaggio competitivo straordinario.

Non saranno solo più efficienti: saranno più capaci, reattive e meglio attrezzate per offrire risultati concreti ai clienti e alle comunità che servono.

A fare la differenza saranno quelle realtà che sapranno integrare davvero la tecnologia e ripensare il modo di lavorare: liberando le persone dalle attività ripetitive e permettendo loro di concentrarsi su ciò che crea valore, aumentando così la produttività complessiva e guadagnando quote di mercato come mai visto prima.

Per me, questo è il vero potenziale.

E chi non saprà cambiare, rischia di finire come Kodak.

L’Unione Europea deve anch’essa cogliere questa opportunità e recuperare il tempo perduto.

Questo non è più una scelta, è una necessità strategica.

E’ preoccupante che – oltre alla nostra dipendenza energetica e alla necessaria trasformazione delle nostre industrie – tecnologia, Intelligenza Artificiale e controllo dei dati siano sempre più nelle mani di Stati Uniti e Cina.

Microsoft, Google, Amazon e Meta investiranno complessivamente nel 2026 circa 725 miliardi di dollari, 75% in più rispetto al 2025.

Nvidia detiene un posizione dominante nell’hardware che alimenta l’Intelligenza Artificiale a livello globale, con una quota di mercato superiore al 90%.

E nei modelli fondativi, il mercato è guidato da tre provider principali: Anthropic, OpenAI e Google – tutti operatori statunitensi.

L’Europa non può rimanere ancora una volta indietro, rinunciando a competere in un’area che ridefinierà il futuro.

Questa dovrebbe essere una priorità per tutti.

Perché le economie che dipendono da infrastrutture che non controllano e da regole che non hanno contribuito a scrivere non sono veramente sovrane.

Il punto non riguarda solo tecnologia e Intelligenza Artificiale.

Quasi il 60% del fabbisogno energetico europeo dipende dalle importazioni; nella transizione energetica, il 98% dei pannelli solari e l’88% delle batterie agli ioni di litio del nostro continente provengono dalla Cina.

Le case automobilistiche europee, una volta leader incontrastate, stanno ora aprendo i propri stabilimenti ai produttori cinesi, mettendo a disposizione la capacità produttiva inutilizzata.

Allo stesso tempo, la crescente adozione dello yuan nelle transazioni internazionali mette alla prova le ambizioni dell’euro come valuta di riserva.

In un mondo sempre più competitivo e volatile, una dipendenza di questa portata non è solo un tema economico: è una vulnerabilità strategica, è una perdita di sovranità, di capacità di difesa di principi e valori, è una perdita di ricchezza e opportunità per le nostre persone.

L’opportunità dell’Europa

Ma l’Europa ha tutti gli strumenti per reagire.

Abbiamo un capitale umano straordinario, un quarto delle migliori università del pianeta e tra i più alti tassi globali di istruzione.

I Paesi europei hanno ottenuto oltre 400 Premi Nobel, più della metà del totale mondiale.

La nostra popolazione è più numerosa di quella degli Stati Uniti, e il nostro mercato interno, se valorizzato adeguatamente e non ostacolato dalle nostre barriere, può essere maggiore di quello americano e diventare un vero motore di competitività globale.

L’Europa ospita tre economie del G7.

In tutti i settori tradizionali, abbiamo gli strumenti per creare imprese leader.

La vera domanda, dunque, non è se il nostro continente abbia i mezzi.

È se saprà trovare la volontà e il coraggio di usarli, superando la propria frammentazione.

Quindici anni fa l’economia europea era circa il 10% più grande di quella americana.

Oggi è quella statunitense a essere circa il 50% più grande della nostra, nonostante l’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione.

Il Mississippi, lo Stato più povero degli Stati Uniti, è ormai vicino a superare la Germania per PIL pro capite, dopo aver già sorpassato le altre principali economie europee.

Questi numeri hanno conseguenze reali. Significano meno investimenti, meno innovazione, meno opportunità per le nostre persone e una maggiore dipendenza da altri blocchi economici.

Solo un’integrazione più profonda ci permetterà di mobilitare in modo produttivo i circa 10.000 miliardi di euro di risparmi delle famiglie oggi fermi in liquidità nonché i capitali investiti in Stati Uniti e Cina e di re-indirizzarli verso la crescita, l’innovazione e la competitività dell’Europa.

Una vera unione dei mercati dei capitali e un’unione bancaria che funzioni davvero.

Ora serve agire con decisione.

Dobbiamo avere il coraggio di farci avanti, uno per uno, per riuscire a crescere e vincere insieme.

La scelta

Ho iniziato questo intervento con una domanda. Voglio concluderlo con una scelta.

L’Europa può sperare di continuare così com’è, senza cambiare nulla.

Ricca di valori, autentica nelle sue convinzioni, ammirevole nelle sue intenzioni.

Ma esitante quando si tratta di agire.

Frammentata quando dovrebbe essere unita.

Cauta proprio nel momento in cui servirebbe coraggio.

Oppure può diventare l’Unione che i suoi fondatori avevano immaginato: un’unione che non cancella le differenze, ma le valorizza.

Che trasforma la diversità dei popoli, delle culture e delle economie in un vantaggio competitivo – e non in una scusa per non agire.

Le istituzioni e le libertà in cui crediamo hanno bisogno di solide basi economiche: una forza che solo un’Europa davvero unita può generare.

L’Italia ha un ruolo decisivo.

E lo stesso hanno le istituzioni come UniCredit, la cui esperienza mi ha dato piena consapevolezza di quanto il nostro continente possa fare e di cosa serva per riuscirci.

Guardando al futuro, la nostra ambizione è chiara: essere la banca che finanzia la transizione dell’Europa, che sostiene le sue ambizioni industriali e tecnologiche e che connette il capitale alle comunità e alle imprese che definiranno il futuro del nostro continente.

E comprendiamo – forse più di altri – cosa c’è in gioco se l’Europa riuscirà in questo intento, e cosa rischia di perdere se non lo farà.

Il cambiamento crea opportunità.

L’Europa ha tutte le carte in regola per coglierle.

Serve solo la volontà di farlo.

Scipione capì che la vittoria non appartiene a chi semplicemente resiste, ma a chi sa riunirsi attorno a uno scopo comune e avanzare come una sola forza, con disciplina e conseguire l’impossibile. L’Europa deve fare lo stesso.

Il mio appello finale è semplice, antico e familiare a tutti noi.

Carpe Diem

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