L’innovazione globale è una partita ristretta

Secondo un’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, l’economia dell’innovazione risulta sempre più concentrata in pochi cluster territoriali a livello mondiale. I poli di riferimento restano il Nord America, l’Asia-Pacifico e, con qualche eccezione, il Regno Unito. Il resto d’Europa, inclusa l’Italia, fatica ad affermarsi, rimanendo distante dai protagonisti continentali come Francia e Germania, e persino dalla Spagna.

La dinamica emergente, come evidenziato dagli ultimi studi di Mind the Bridge, mostra che l’innovazione non si distribuisce equamente tra Paesi, ma si concentra in hub territoriali ad alta densità tecnologica come la Silicon Valley, la East Coast statunitense, Israele, Shenzhen, Shanghai, Tokyo, Seoul e Singapore, oltre a Londra in Europa. Le altre regioni del pianeta sembrano incapaci di raggiungere una massa critica sufficiente per alimentare ecosistemi innovativi autonomi, con il rischio di una progressiva marginalizzazione.

Queste riflessioni sono state al centro della Oxford Residence Week for Entrepreneurship Scholars, un evento annuale che per la prima volta si è svolto fuori dalla storica sede di Oxford, ospitato dal Dipartimento di Economia dell’Università dell’Insubria a Varese. Il format innovativo ha riunito i principali studiosi globali di imprenditorialità e innovazione in una settimana di workshop, confronti accademici e sessioni di networking, con l’obiettivo di generare nuove idee, progetti di ricerca e proposte per le politiche pubbliche.

Una dinamica difficile da invertire

Durante l’incontro, il professor Saul Estrin, fondatore del Dipartimento di Management della London School of Economics, ha sottolineato la difficoltà di invertire questa tendenza: «Il trend è chiaramente visibile e probabilmente difficilmente reversibile. I numeri parlano chiaro. Per dare risposte concrete e non demagogiche, sia a livello politico che industriale, è tanto importante quanto urgente trovare ed applicare nuovi modelli di ricerca capaci di elaborare grandi moli di dati il più possibile aggiornati».

Startup e scaleup: motore dell’economia innovativa

Secondo Maryann Feldmann, professoressa presso l’Arizona State University, le startup e le scaleup rappresentano oggi i principali vettori di innovazione. Tuttavia, la loro tendenza naturale a concentrarsi in determinati poli genera un circuito vizioso che alimenta ulteriormente la polarizzazione geografica:
«Per loro natura, questa nuova economia prospera grazie all’agglomerazione, fatto che genera un circuito vizioso che tende ad alimentarsi».

Un’Europa sbilanciata

Il quadro europeo non è confortante. Il report di Mind the Bridge, intitolato Innovation or Isolation: The Future of Regional Ecosystems, rivela che oltre il 70% dell’economia delle startup in Europa è concentrato in un solo hub per Paese. Una realtà che mina alla base la possibilità di sviluppo diffuso e inclusivo.

Un ulteriore segnale d’allarme è stato lanciato da Alberto Onetti, professore all’Università dell’Insubria e Chairman di Mind the Bridge: «Il rischio che stiamo correndo è la desertificazione industriale di ampie porzioni dei Paesi. Come in passato abbiamo assistito all’abbandono dalle campagne a favore delle città, oggi rischiamo di vedere un fenomeno simile, con il progressivo passaggio dalle città alle megalopoli che al crescere della loro centralità diventano sempre più invivibili».

Secondo Onetti, è necessario puntare su soluzioni più bilanciate, capaci di favorire lo sviluppo di ecosistemi territoriali equilibrati e sostenibili. Una sfida tanto economica quanto sociale.

Specializzazione e connessioni globali: la strada da seguire

L’Europa è in ritardo nella corsa globale all’innovazione, un gap difficile da colmare. Tuttavia, gli esperti concordano: servono politiche mirate a ogni livello – europeo, nazionale e locale – per sviluppare competenze, accrescere la competitività dei territori e favorire la loro connessione con i principali hub mondiali. Solo così sarà possibile evitare l’isolamento. Il futuro si gioca sulla capacità di rendere l’innovazione più inclusiva e distribuita.