Oltre gli incentivi: chi aiuta le PMI a capire quale innovazione serve sul serio?

Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto sono stati pubblicati nuovi esiti relativi a due misure della Regione Siciliana che avevo seguito con interesse: i due interventi DIGIT Imprese, uno dedicato al sostegno all’innovazione e l’altro alla transizione digitale delle PMI. Mi sono preso un po’ di tempo per leggere i documenti, scorrere le graduatorie e mettere insieme qualche numero. Non tanto per vedere chi fosse stato finanziato — anche se gli elenchi delle imprese sono sempre interessanti per capire chi sta investendo e dove — quanto per provare a cogliere cosa questi dati possano raccontarci sul rapporto tra le imprese siciliane e l’innovazione. E, mettendo accanto le due misure, emerge una differenza che secondo me merita qualche riflessione. Da una parte c’è l’Azione 1.1.2, “Sostegno all’innovazione delle imprese”, con una dotazione di circa 19,1 milioni di euro destinata a interventi per aumentare il grado di innovatività delle MPMI siciliane e favorirne l’upgrading tecnologico.

La graduatoria provvisoria comprende 156 istanze ammesse e finanziabili.

Sulla base della mia elaborazione dei dati pubblicati, i progetti ammessi valgono complessivamente circa 12 milioni di euro, a fronte di circa 9,6 milioni di contributi richiesti. In altre parole, poco più della metà della dotazione pubblica disponibile risulta assorbita dalla graduatoria provvisoria. Dall’altra parte c’è l’Azione 1.2.2, dedicata alla transizione digitale delle imprese. Qui la fotografia è molto diversa. A fronte di una dotazione iniziale di circa 9,6 milioni di euro, sono state presentate 413 domande per 21,29 milioni di euro di agevolazioni richieste, più del doppio delle risorse originariamente disponibili. Lo sportello è stato chiuso anticipatamente già il giorno dell’apertura, una volta superata la soglia finanziaria prevista. Successivamente la Regione ha previsto un significativo rafforzamento della misura, portando la dotazione programmata fino a circa 24,17 milioni di euro.

Da una parte, quindi, abbiamo uno strumento dedicato all’innovazione che non sembra assorbire integralmente le risorse disponibili. Dall’altra, uno strumento per la digitalizzazione che raccoglie una domanda superiore a due volte il plafond iniziale, al punto da rendere necessario un incremento delle risorse. Naturalmente i due bandi sono diversi. Hanno finalità, criteri di valutazione, tipologie di spesa e modalità di accesso differenti. Sarebbe sbagliato confrontare semplicemente 156 con 413 e trarne conclusioni definitive. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il segnale. E una domanda, leggendo i due strumenti, mi è rimasta in testa: è possibile che per una PMI sia molto più semplice decidere di acquistare tecnologia che decidere di acquistare innovazione? E forse, ancora più a monte: siamo sicuri che le imprese sappiano sempre quale innovazione comprare?

Comprare tecnologia è più facile che comprare innovazione?

Per un imprenditore è relativamente semplice comprendere cosa significhi acquistare un nuovo software, un sistema gestionale, una piattaforma digitale o una tecnologia produttiva. L’oggetto dell’investimento è riconoscibile. Il prezzo è spesso confrontabile. Il risultato atteso appare più concreto. Molto diverso è acquistare servizi come technology scouting, market validation, innovazione del modello di business, sviluppo di nuovi prodotti, open innovation o trasferimento tecnologico. In questi casi, prima ancora di scegliere un fornitore, l’impresa deve essere in grado di rispondere ad alcune domande non banali. Qual è il problema che voglio risolvere? Quale opportunità di mercato voglio cogliere? Quali competenze mi mancano? Che tipo di supporto mi serve? Come valuto la qualità della proposta? Quale risultato devo aspettarmi? In altre parole, prima di acquistare innovazione bisogna essere capaci di formulare una domanda di innovazione.

Ed è una capacità che non può essere data per scontata. Un bando che richiede già una certa maturità La struttura stessa dell’Azione 1.1.2 rende evidente questo aspetto. Per risultare finanziabile, una proposta deve raggiungere soglie minime sulla qualità e sul livello di innovazione del progetto. Ma soprattutto l’impresa deve essere in grado di descrivere i propri fabbisogni, definire gli interventi, scegliere i servizi necessari e costruire un progetto coerente. Sono richieste del tutto comprensibili per uno strumento pubblico che deve selezionare progetti validi e utilizzare correttamente le risorse. Ma evidenziano anche un possibile paradosso. Per accedere a una misura che dovrebbe aiutare un’impresa a innovare, l’impresa deve già possedere una discreta capacità di diagnosticare i propri bisogni, progettare un percorso di innovazione e individuare le competenze da acquisire. Ed è proprio qui che potrebbe trovarsi uno dei veri colli di bottiglia.

Ma c’è un altro dato che merita attenzione. Guardando più in profondità la graduatoria emerge un elemento, a mio avviso, ancora più interessante. Il bando non finanziava soltanto consulenza. Prevedeva diverse tipologie di intervento e, soprattutto, differenti intensità di agevolazione. Per la protezione e valorizzazione della proprietà intellettuale e industriale e per l’inserimento temporaneo di personale altamente qualificato il contributo arrivava al 50%. Per i servizi di consulenza e di sostegno all’innovazione, invece, l’agevolazione saliva all’80% dei costi ammissibili.

La distinzione non è secondaria. Proteggere un brevetto o un altro asset immateriale significa, potenzialmente, costruire un patrimonio proprietario dell’impresa. Ancora più particolare era il secondo strumento. Non si trattava di finanziare una normale assunzione. Il bando consentiva l’inserimento temporaneo di personale altamente qualificato proveniente da organismi di ricerca o da grandi imprese che svolgono attività di ricerca, sviluppo e innovazione, da destinare a funzioni di nuova creazione e senza sostituire personale già presente nell’impresa. L’obiettivo era favorire il trasferimento di competenze, know-how e metodologie innovative verso la PMI beneficiaria.

In altre parole, la misura metteva a disposizione anche uno strumento potenzialmente molto interessante per portare temporaneamente dentro l’impresa competenze che normalmente una PMI potrebbe avere difficoltà ad attrarre o sviluppare autonomamente.

È però corretto riconoscere che si trattava anche di uno strumento più complesso da attivare. Le risorse dovevano provenire da organismi di ricerca o grandi imprese e rispettare condizioni molto specifiche. Questo elemento può avere contribuito alla sua limitata utilizzazione e impedisce di leggere il dato semplicemente come scarsa attenzione delle imprese verso le competenze.

Resta però un fatto interessante. Sulla base dell’elaborazione della graduatoria, 155 progetti su 156 presentano un rapporto tra importo dell’operazione e contributo richiesto esattamente pari all’80%. I progetti ammessi risultano quindi costruiti quasi integralmente sulle categorie di intervento che beneficiavano della maggiore intensità di aiuto. È un dato che non permette di conoscere le motivazioni delle singole imprese. Ma pone una domanda che credo valga la pena farsi: nella costruzione dei progetti ha prevalso il fabbisogno di innovazione o la convenienza dell’incentivo?

Quando l’incentivo rischia di orientare la domanda. La domanda non vuole attribuire un comportamento opportunistico alle imprese. È piuttosto una questione che riguarda il disegno stesso delle politiche pubbliche: un incentivo non si limita a sostenere una scelta, può anche orientarla. Se alcune tipologie di intervento richiedono all’impresa di sostenere il 50% del costo e altre soltanto il 20%, è del tutto comprensibile che queste ultime risultino economicamente più attraenti. Ma proprio per questo il dato merita attenzione. Proprietà intellettuale, trasferimento di know-how e accesso a competenze altamente qualificate sono strumenti che possono contribuire a costruire un vantaggio competitivo più strutturale. Il fatto che risultino poco presenti nei progetti ammessi può avere molte spiegazioni: una minore convenienza economica, requisiti più complessi, difficoltà nell’individuare le competenze giuste o, semplicemente, una minore familiarità delle PMI con questo tipo di strumenti.

Ed è forse proprio quest’ultimo punto a riportarci alla questione di fondo. Una PMI deve non soltanto avere accesso a risorse finanziarie, ma anche conoscere abbastanza bene le diverse leve dell’innovazione da poter scegliere quella più adatta al proprio fabbisogno. Il rischio, altrimenti, è che sia la struttura dell’incentivo a guidare il progetto, anziché il contrario. Forse le imprese non rifiutano la consulenza. Fanno fatica a comprare innovazione

Una lettura superficiale dei dati potrebbe portarci a dire semplicemente che le imprese preferiscono acquistare tecnologia piuttosto che consulenza. Non credo sia sufficiente. Il problema potrebbe non essere soltanto che le PMI fanno fatica a comprare consulenza.

Potrebbe essere più ampio: capire quando acquistare un servizio, quando proteggere un asset immateriale, quando introdurre temporaneamente competenze specialistiche e quando costruire capacità interne.

È questa capacità di combinare strumenti diversi in funzione di una strategia che distingue l’acquisto di un servizio dalla costruzione di un vero percorso di innovazione. E questa distinzione è importante, perché sposta la discussione dalla disponibilità a spendere alla capacità manageriale di costruire una domanda di innovazione consapevole. Il problema potrebbe essere la domanda, non l’offerta.

Negli ultimi anni abbiamo investito molto nella costruzione dell’offerta di innovazione. Incubatori, acceleratori, competence center, Digital Innovation Hub, università, centri di ricerca, startup, società di consulenza, poli di innovazione.n È un passaggio fondamentale. Ma un ecosistema dell’innovazione funziona davvero quando esistono contemporaneamente un’offerta qualificata e una domanda sufficientemente matura per utilizzarla. Se una PMI non riesce a identificare correttamente il proprio fabbisogno, anche il miglior sistema di incentivi rischia di produrre un impatto inferiore alle aspettative. E se l’impresa costruisce il progetto partendo dalla percentuale di contributo anziché dalla propria strategia, rischiamo un problema ulteriore: è il finanziamento a determinare il progetto, invece del progetto a determinare il finanziamento necessario. Il tema diventa allora meno finanziario e molto più manageriale. Non basta chiedersi: come finanziamo l’acquisto di servizi di innovazione? Dovremmo forse porci prima un’altra domanda: come aiutiamo un’impresa a capire quale innovazione le serve davvero?

Costruire la domanda di innovazione

Potrebbe essere questa una delle sfide delle prossime politiche regionali. Prima del contributo economico, o parallelamente ad esso, potrebbero essere utili strumenti relativamente semplici di accompagnamento: innovation assessment, check-up aziendali, analisi dei fabbisogni, identificazione delle challenge, supporto nella costruzione del brief, matching con competenze qualificate e strumenti per misurare i risultati. Ma anche una riflessione sulla composizione stessa degli incentivi. Se vogliamo che le imprese investano maggiormente in proprietà intellettuale, competenze, ricerca e capacità interne, dobbiamo chiederci se questi interventi siano resi sufficientemente accessibili e attrattivi.

Non si tratta di sostituirsi all’imprenditore nelle decisioni. Al contrario, significa aumentarne la capacità di scegliere. Un imprenditore che comprende meglio il proprio bisogno sarà anche più capace di decidere quando acquistare consulenza, quando sviluppare competenze interne, quando collaborare con una startup o un centro di ricerca e quando proteggere un asset attraverso la proprietà intellettuale.

Questa è forse la vera maturità innovativa. Non basta trasferire risorse. La disponibilità di risorse pubbliche è certamente una condizione importante per accelerare la trasformazione del sistema produttivo siciliano. Ma i numeri dei due bandi ci ricordano che i fondi, da soli, non bastano. Possiamo avere tecnologie disponibili. Possiamo avere consulenti, startup, università e centri di ricerca. Possiamo avere incentivi. Ma se manca la capacità delle imprese di trasformare un problema aziendale in una domanda di innovazione chiara, strutturata e misurabile, una parte del potenziale dell’ecosistema rischia di rimanere inespressa. E se la domanda viene orientata prevalentemente dalla convenienza dell’agevolazione, rischiamo anche di perdere l’occasione di utilizzare le risorse pubbliche per costruire competenze e vantaggi competitivi più duraturi. Per questo credo che i risultati dei due bandi DIGIT Imprese meritino di essere osservati con attenzione, senza conclusioni affrettate ma anche senza limitarsi alla sola dimensione amministrativa della spesa.

Forse il vero gap non è soltanto nell’offerta di innovazione. È nella capacità della domanda di riconoscerla, acquistarla, internalizzarla e trasformarla in valore. E se fosse così, costruire questa capacità dovrebbe diventare una componente sempre più importante delle politiche per l’innovazione dei prossimi anni.