Da Palermo a Bruxelles, passando per una porta chiusa: una proposta costruttiva per la sede siciliana in Europa

La mattina in cui siamo entrati negli uffici della Regione Siciliana in piazza Don Luigi Sturzo, a Palermo, Bruxelles era solo una presenza in vivavoce. Niente palazzi di vetro, niente badge blu della Commissione: solo una linea telefonica che collegava quella stanza a un ufficio a più di duemila chilometri, ufficialmente dedicato ai rapporti con l’Europa. Eravamo lì con una proposta molto concreta: usare l’Ufficio di Bruxelles come cerniera viva tra il sistema siciliano della ricerca, le nostre imprese e i tavoli dove si scrivono le regole europee.

Il personale di Palermo ci ha spiegato con correttezza che quella sede, di fatto, la Regione non la utilizza per attività aperte ai soggetti del territorio. Qualche settimana dopo, la conferma è arrivata in forma ufficiale: con nota del Dipartimento degli Affari Extraregionali, la Presidenza ha risposto che i locali dell’Ufficio di Bruxelles “costituiscono un Ufficio non aperto al pubblico della Regione Siciliana rispetto ai quali non viene concesso l’utilizzo”. Nessuna polemica nelle nostre parole, e nessuna in quelle della Regione. Resta però una domanda che non possiamo eludere: possiamo davvero permetterci che il nostro avamposto istituzionale a Bruxelles resti, di fatto, una porta chiusa?

La proposta che abbiamo portato a Palermo ha un nome preciso: European Ambassador (EA). Non è un nuovo carrozzone, ma un modello snello di interfaccia tra sistema accademico e tessuto industriale siciliano, costruito su due assi operativi che si tengono tra loro. Il primo è rivolto a laureandi, dottorandi e giovani ricercatori: prevede percorsi formativi che li portano a partecipare attivamente ai gruppi di lavoro di associazioni industriali europee come LightingEurope, l’European Remanufacturing Council o DigitalEurope, attraverso partnership con imprese collegate ai centri per il trasferimento tecnologico. Il secondo è destinato alle piccole e medie imprese: un Osservatorio Europeo per le PMI che segue le iniziative legislative nella fase di pre-drafting presso la Commissione, organizza incontri e workshop tematici e anticipa le analisi sull’impatto delle nuove direttive.

Per i giovani siciliani, questo significa smettere di essere spettatori delle dinamiche regolatorie europee e diventare protagonisti di un apprendimento situato, in cui si impara a tradurre le istanze industriali in proposte normative operative e a legare l’innovazione scientifica ai processi di standardizzazione. Per le PMI, significa avere finalmente un luogo – e un metodo – per capire in tempo le regole che stanno arrivando, per discuterne le implicazioni e per contribuire, tramite le associazioni di categoria, alla loro definizione. Non chiediamo norme di favore: chiediamo che direttive e regolamenti non continuino a nascere come se il tessuto produttivo fosse fatto solo di giganti, e non di una costellazione di piccole imprese come quelle che popolano la Sicilia.

In questo quadro, l’Ufficio di Bruxelles potrebbe diventare la casa naturale del percorso European Ambassador. Potrebbe ospitare – con criteri chiari e programmazione condivisa – periodi di permanenza di dottorandi e ricercatori siciliani, impegnati come rappresentanti di imprese all’interno dei gruppi di lavoro europei. Potrebbe coordinare l’Osservatorio per le PMI, raccogliendo informazioni dalle associazioni europee e rimandandole a Palermo non come semplici circolari, ma come materiali di lavoro per tavoli congiunti tra Regione, atenei, centri di ricerca e imprese.

La risposta ufficiale della Regione ci ricorda che oggi non è così: l’ufficio è “non aperto al pubblico” e il suo utilizzo non viene concesso. Non contestiamo questa scelta sul piano formale. Proviamo però, da cittadini e da operatori della ricerca e dell’impresa, a interrogarne il senso politico: che immagine diamo alla nostra comunità scientifica e imprenditoriale quando il luogo che dovrebbe rappresentarla a Bruxelles resta, di fatto, inaccessibile? E quanti giovani dottorandi, quanti ricercatori, quanti imprenditori sarebbero pronti a usare quello spazio se venisse ripensato come hub di collegamento, invece che come ufficio chiuso?

La Sicilia non è periferia intellettuale né industriale. I nostri atenei e i nostri organi di ricerca producono contributi riconosciuti a livello internazionale; le nostre imprese, spesso piccole, presidiano nicchie tecnologiche, filiere di qualità, competenze rare. È questo patrimonio che vorremmo portare, in modo strutturato, dentro i tavoli europei. Non per chiedere eccezioni, ma per contribuire a “tagliare” le direttive in modo più giusto: norme che non favoriscano le piccole imprese, ma neppure le penalizzino in partenza rispetto a soggetti incomparabilmente più grandi.

Per farlo, servono due cose. Da un lato, percorsi come European Ambassador, che formano una nuova generazione di ambasciatori competenti delle nostre filiere nei luoghi dove si scrivono le regole. Dall’altro, una scelta politica chiara: aprire, almeno in parte e con modalità definite, l’Ufficio di Bruxelles a queste esperienze, facendo della sede un vero strumento al servizio dei cittadini, dei ricercatori e delle imprese siciliane.

Non chiediamo di cambiare la natura istituzionale dell’ufficio da un giorno all’altro. Proponiamo di sperimentare, insieme, un modello concreto: un numero limitato di postazioni dedicate alla progettualità europea condivisa tra Regione, atenei, centri per il trasferimento tecnologico e associazioni di imprese; un calendario annuale di residenze per giovani ricercatori selezionati; un programma di incontri periodici in cui i risultati dei lavori a Bruxelles tornano a Palermo e alle altre città siciliane sotto forma di conoscenza operativa, non solo di atti amministrativi.

Quella mattina in piazza Don Luigi Sturzo siamo usciti dagli uffici regionali con una risposta formale chiara e una sensazione altrettanto nitida: la nostra proposta era rimasta al di là di una porta che, al momento, non si può aprire. Con queste righe chiediamo, con rispetto ma con fermezza, di ripensare quella porta non come un muro definitivo, ma come un varco che si può progettare insieme. Perché se l’Europa è davvero il luogo dove si definiscono le regole del nostro futuro, allora è giusto che i giovani ricercatori e le piccole imprese siciliane abbiano la possibilità di abitarlo, non solo di guardarlo da lontano

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