Perché in Italia gli stipendi non crescono: senza innovazione, niente salari europei
Editoriale - 27/07/2026
di Pietro Navarra
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OCSE), dal 2008 i salari reali italiani sono calati dell’8,7%. L’OCSE, inoltre, conferma che a inizio 2025 i salari reali erano ancora il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate. Guardando più indietro nel tempo, dal 1990 a oggi i salari reali italiani sono diminuiti del 2,9%, mentre in Germania sono cresciuti di oltre il 30% e in Francia di circa il 25%.
Per comprendere questa l’anomalia italiana bisogna prima liberarsi di un’illusione statistica. È vero che il numero di occupati in Italia è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, ma non la qualità di questa occupazione. Il mercato del lavoro italiano ha, infatti, risposto agli shock economici degli ultimi decenni, come la crisi finanziaria del 2008-2009, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, la pandemia del 2020 e la crisi energetica del 2022, aumentando la flessibilità quantitativa (più contratti, anche brevi, anche part-time), piuttosto che investendo in produttività e quindi in salari più alti. È il tipico comportamento di un sistema economico che compete sul costo del lavoro basso, non sul valore aggiunto.
Il rovescio della medaglia è che l’aumento dell’occupazione, in un contesto di salari reali stagnanti o in calo, non si traduce in un aumento proporzionale dei consumi interni e della domanda aggregata che, a loro volta, producono crescita del PIL.
Se dovessimo individuare un singolo fattore esplicativo dietro la stagnazione salariale italiana, questo sarebbe la produttività del lavoro: un’impresa può permettersi di pagare stipendi più alti solo se il valore prodotto da ciascun lavoratore aumenta nel tempo. Dati Eurostat mostrano che negli ultimi 25 anni, la produttività del lavoro in Italia è diminuita e il differenziale di produttività tra il nostro Paese e quelli a reddito più alto supera i trenta punti percentuali.
Come mai la produttività italiana non cresce
I dati Istat sono eloquenti: il 94,7% delle imprese italiane occupa meno di dieci addetti, mentre quelle con oltre 250 dipendenti sono appena lo 0,1% del totale. La dimensione media di un’impresa italiana è di circa quattro addetti, contro una media europea di 5,5 e i dodici della Germania. La dimensione delle imprese non è solo una curiosità statistica poiché essa è strettamente correlata alla capacità di investire in tecnologia, formazione e ricerca.
Il meccanismo che spiega questa relazione è semplice: innovare costa. Acquistare macchinari avanzati, assumere ingegneri e tecnici specializzati, formare il personale sulle nuove tecnologie, adottare software gestionali sofisticati, sono tutti investimenti con costi fissi rilevanti, che si ammortizzano sul volume di attività. Una grande impresa può distribuire questi costi su migliaia di dipendenti; una microimpresa, quasi mai. Il risultato è che il tessuto produttivo italiano, fortemente sbilanciato verso la fascia dimensionale più piccola, si trova strutturalmente svantaggiato nella capacità di innovare e quindi di aumentare la produttività.
Il sistema fiscale aggrava il problema
Se la produttività bassa limita la capacità delle imprese di pagare stipendi più alti, il sistema fiscale italiano aggrava ulteriormente il problema. Il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e lo stipendio netto effettivamente percepito dal lavoratore, è tra i più alti d’Europa. Secondo dati OCSE, nel 2024 il cuneo fiscale italiano per un lavoratore medio senza carichi familiari ha raggiunto il 47,1% del costo del lavoro. Questa rigidità agisce come un potente disincentivo sia alle nuove assunzioni sia agli aumenti salariali.
Infine, qualunque analisi della produttività e dei salari italiani, tuttavia, sarebbe incompleta se non tenesse conto della frattura territoriale tra Nord e Sud del paese, che si sovrappone e in parte amplifica le dinamiche descritte finora. Il potere d’acquisto nelle province settentrionali resta nettamente superiore alla media nazionale, mentre il Mezzogiorno continua a scontare un ritardo strutturale che nessuna delle politiche di sviluppo regionale attuate negli ultimi decenni è riuscita a colmare in modo significativo. Questo divario territoriale si riflette anche nella distribuzione dimensionale delle imprese: alcune regioni meridionali presentano una concentrazione di microimprese ancora superiore alla già elevata media nazionale. Il risultato è un circolo vizioso regionale: dove le imprese sono più piccole e meno produttive, i salari sono più bassi; dove i salari sono più bassi, i lavoratori più qualificati tendono a emigrare verso il Centro-Nord o all’estero, impoverendo ulteriormente il capitale umano disponibile localmente e riducendo, di conseguenza, l’attrattività del territorio per nuovi investimenti produttivi.
Questo fenomeno emigratorio non è marginale: da anni si registra un flusso costante di giovani laureati e diplomati tecnici che lasciano le regioni meridionali, e in misura crescente l’Italia nel suo complesso, per cercare condizioni salariali più favorevoli in altri paesi europei. Qualunque strategia di recupero della produttività italiana non può, quindi, limitarsi a interventi settoriali o macroeconomici generali, ma deve necessariamente includere una dimensione territoriale, capace di affrontare il divario Nord-Sud come parte integrante, e non semplicemente concomitante, del problema salariale nazionale.
Ecco le misure per il mercato del lavoro italiano
Il paradosso italiano non è il prodotto di un singolo errore, ma il risultato cumulato di scelte stratificate nel tempo. Quindi, le soluzioni non possono che convergere su un pacchetto coordinato di riforme, sostenuto con continuità, piuttosto che su una misura singola. Ecco una serie di misure che certo aiuterebbero il mercato del lavoro del nostro paese a offrire più occupazione meglio retribuita. Incentivi fiscali a fusioni e reti d’impresa per superare la soglia dimensionale critica (circa cinquanta addetti) oltre la quale gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e tecnologia diventano sostenibili; riduzione strutturale del cuneo fiscale finanziata dal recupero dell’evasione e non dal deficit, per liberare margini salariali senza gravare su imprese e conti pubblici; rilancio della contrattazione legata alla produttività; investimenti in R&S e formazione tecnica, avvicinando la spesa alla media UE del 2,1% del PIL in modo strutturale; Apertura della concorrenza nei settori protetti a costo fiscale nullo, ma con effetti potenzialmente rilevanti sulla produttività aggregata; Riforma della pubblica amministrazione e della giustizia civile per migliorare il contesto in cui operano le imprese senza necessariamente richiedere nuove risorse.
L’Italia ha vinto la battaglia dell’occupazione e sta perdendo quella del benessere: si lavora di più, ma si vive peggio di vent’anni fa. Continuare a inseguire numeri di occupazione senza affrontare produttività, dimensione delle imprese, cuneo fiscale e divario territoriale significa curare i sintomi e lasciare progredire la malattia. Il conto, alla fine, lo pagano sempre gli stessi: chi lavora, chi produce e chi resta.