Troppe novità, nessuna novità. L’intelligenza artificiale e la crisi della creatività
Bussola AI - 07/09/2026
di Pietro Perconti
Immaginiamo due stanze. Nella prima siamo a Zurigo, nel 1916. Al Cabaret Voltaire poche decine di persone assistono a qualcosa che deve sembrare soprattutto strano: poesie senza senso, rumori, maschere, provocazioni. È Dada. Nella seconda stanza siamo un secolo dopo. In realtà non è nemmeno una stanza: è lo schermo di uno smartphone. In un solo giorno vi scorrono più immagini, canzoni, racconti, video e combinazioni stilistiche di quante una persona del 1916 avrebbe potuto incontrarne in una vita. Non c’è dubbio su quale delle due epoche produca più contenuti. Anche la quantità di cose nuove, nel senso più immediato del termine, è incomparabilmente maggiore oggi. Eppure Dada ha cambiato qualcosa di più profondo. Non ha semplicemente aggiunto oggetti insoliti alla cultura. Ha cambiato ciò che poteva essere considerato arte, ciò che un artista poteva fare e ciò che il pubblico doveva essere disposto a riconoscere come un’opera. Nel suo Blank Space. A Cultural History of the Twenty-First Century (2025), W. David Marx ha sostenuto che il primo quarto del XXI secolo è stato caratterizzato da una produzione culturale incessante e, nello stesso tempo, da una sorprendente scarsità di reinvenzione radicale. Reboot, riprese, ibridazioni e mode proliferano, mentre l’evento culturale capace di modificare gli standard di un campo fatica a imporsi.
Il primo quarto del Novecento sembra aver prodotto più rotture culturali del primo quarto del XXI secolo. Ma è proprio vero?; E, se l’intuizione è fondata, qual è la ragione di questa circostanza? Tra il 1900 e il 1925 prendono forma cubismo, espressionismo, futurismo, astrattismo, dadaismo, atonalità, romanzo modernista, montaggio cinematografico, Bauhaus e altre trasformazioni capaci di modificare durevolmente pittura, architettura, letteratura e musica. Tra il 2000 e il 2025 è successo moltissimo e la produzione culturale si è enormemente democratizzata. Eppure è più difficile indicare trasformazioni che abbiano ridisegnato interi campi con la stessa forza.
Novità e discontinuità
Non è che gli artisti contemporanei siano meno creativi di quelli del passato. Il fatto, semmai, è che spesso tendiamo a sovrapporre due fenomeni diversi. Una cosa è nuova quando differisce da ciò che esisteva prima. Una discontinuità è qualcosa di più raro: modifica ciò che potrà venire dopo. Il “readymade” non fu significativo soltanto perché era insolito; aprì una genealogia di pratiche, istituzioni, controversie e criteri che prima non esisteva nello stesso modo. Possiamo rendere questa distinzione più precisa con una formula semplice. Se P indica il volume della produzione in un certo periodo e D il numero delle innovazioni capaci non semplicemente di apparire nuove, ma di modificare ciò che viene dopo, possiamo chiamare “densità di discontinuità” il rapporto δ = D/P. La formula non pretende di trasformare il giudizio storico in una misura meccanica. Serve soltanto a mettere a fuoco una possibilità, ossia che la produzione culturale può crescere molto più rapidamente della capacità di produrre svolte. In quel caso una cultura diventa più produttiva e, nello stesso tempo, meno discontinua per unità di produzione.
Un dato semplice
Non è necessario sapere esattamente quanto valga D per cominciare a ricavare qualcosa di interessante dalla formula. Possiamo partire dal termine più facile da misurare, P. Facciamo un esempio. L’editoria britannica offre una serie storica particolarmente utile per i nostri scopi. Nel 1925 furono pubblicati 9.977 nuovi libri. Nel 1913 erano stati 9.541; negli anni intermedi la produzione era scesa durante la guerra per poi tornare gradualmente verso i livelli precedenti. Nei tredici anni fra il 1913 e il 1925 la media fu di circa 8.470 nuovi libri l’anno. In confronto, nel primo decennio del XXI secolo, secondo i dati Nielsen, la produzione britannica ha oscillato grosso modo fra 110.000 e 150.000 nuovi titoli l’anno, con una media di circa 128.000. Il confronto mostra come la produzione contemporanea è di un ordine di grandezza molto superiore a quella del primo Novecento. Il fattore è approssimativamente quindici.
Tabella 1. Produzione libraria britannica e soglia di discontinuità
| Periodo | Nuovi libri annui, media | Indice P | D necessario per mantenere δ invariata |
| 1913–1925 | circa 8.470 | 1 | 1 |
| 2000–2010 | circa 128.000 | circa 15 | circa 15 |
Il dato diventa interessante quando lo riportiamo alla densità di discontinuità. Se P è aumentato di circa quindici volte, anche D dovrebbe essere aumentato di circa quindici volte soltanto perché δ rimanga invariata. Non si tratta di dimostrare che il nostro tempo produca meno innovazioni radicali del primo Novecento. Ma per mantenere la stessa densità dovrebbe produrne circa quindici volte di più. È una soglia sorprendentemente alta. Se le discontinuità fossero raddoppiate, mentre la produzione risulta aumentata di quindici volte, la loro densità sarebbe comunque scesa a circa il 13 per cento di quella precedente. Se fossero quintuplicate, sarebbe ancora soltanto un terzo. Persino un aumento di dieci volte non basterebbe: la densità sarebbe circa due terzi di quella del primo Novecento. Non abbiamo una misura altrettanto affidabile di D e sarebbe sbagliato fabbricarla contando retrospettivamente movimenti artistici, scuole o etichette stilistiche. Ma almeno sappiamo quale dovrebbe essere l’ordine di grandezza. Naturalmente, tra il 2000 e il 2025 sono apparse moltissime innovazioni culturali. Ma bisognerebbe chiedersi se siano apparse quindici volte più discontinuità capaci di riorganizzare durevolmente un campo di quante ne siano apparse tra il 1900 e il 1925. Detto altrimenti, il presente dispone di molti più autori, opere, strumenti, canali di distribuzione e possibilità combinatorie di un secolo fa. Per avere la stessa densità di discontinuità dovrebbe produrre trasformazioni storiche a un ritmo enormemente superiore di quello attuale.
Il collo di bottiglia non è più la produzione
L’abbondanza contemporanea inizia a mostrarsi con un profilo un po’ sinistro. Potremmo trovarci non in una crisi della novità, ma in una crisi della capacità della novità di diventare discontinuità. Produciamo una quantità senza precedenti di differenze, mentre una parte relativamente piccola di esse riesce a cambiare lo spazio delle possibilità successive. La creatività culturale viene spesso raccontata come un evento interno a un individuo: qualcuno ha un’idea e poi la realizza. Ma le trasformazioni storiche dipendono da un processo distribuito. Una persona o un gruppo genera una variazione; un ambiente la riconosce, la rifiuta, la modifica o la legittima; istituzioni e pubblici la amplificano; altri praticanti la riprendono. La creatività culturale comprende almeno tre momenti: variazione, selezione e propagazione. Le tecnologie digitali hanno reso la variazione estremamente economica. Fotografia, musica, video, scrittura e distribuzione sono accessibili a una quantità di persone senza precedenti. Nello stesso tempo, una parte crescente della selezione è stata affidata a piattaforme che ottimizzano indicatori osservabili come click, visualizzazioni, tempo di permanenza, condivisioni e conversione. Chi produce impara rapidamente la funzione di ricompensa e tende a lavorare a ritroso a partire da ciò che viene premiato.
Si produce così un paradosso. La libertà combinatoria aumenta, ma il sistema di selezione può restringersi. La crisi della creatività non consisterebbe allora nella scarsità di differenze, bensì nella difficoltà di trasformare alcune differenze in direzioni storiche durevoli.
L’intelligenza artificiale arriva nel momento sbagliato
L’intelligenza artificiale generativa interviene precisamente sulla variabile che è già cresciuta in modo spettacolare: P. Rende più economico produrre testi, immagini, musica, video e varianti di qualsiasi oggetto culturale. Se il collo di bottiglia fosse ancora la produzione di variazioni, sarebbe una soluzione quasi perfetta. Ma se il problema è diventato la selezione delle variazioni capaci di aprire direzioni nuove, aumentare ulteriormente P può far diminuire ancora δ. Gli esperimenti disponibili mostrano benefici reali sul piano individuale. Noy e Zhang hanno osservato, in compiti di scrittura professionale, una riduzione del tempo di esecuzione di circa il 40 per cento e un aumento della qualità valutata di circa il 18 per cento. Doshi e Hauser hanno trovato che l’accesso a idee generate dall’IA può aumentare la novità e l’utilità dei racconti prodotti dai partecipanti. Nello stesso esperimento, tuttavia, i racconti assistiti dall’IA risultavano più simili fra loro. Una meta-analisi del 2025 su 28 studi e 8.214 partecipanti arriva a una conclusione analoga, ossia che la collaborazione fra esseri umani e IA migliora mediamente la performance creativa rispetto agli esseri umani non assistiti, ma riduce la diversità delle idee.
Nella meta-analisi, g è una misura standardizzata della grandezza dell’effetto: il vantaggio medio della collaborazione umano-IA sulla prestazione creativa è piccolo ma positivo (g ≈ +0,27), mentre la riduzione della diversità delle idee è molto più ampia (g ≈ −0,86).
Tabella 2. Prestazione individuale e diversità collettiva nell’uso creativo dell’IA
| Studio | Effetto individuale | Effetto collettivo |
| Noy e Zhang, 2023 | circa −40% nel tempo; circa +18% nella qualità | non misurata |
| Doshi e Hauser, 2024 | fino a +8,1% nella novità e +9% nell’utilità | maggiore similarità fra le storie assistite dall’IA |
| Holzner, Maier e Feuerriegel, 2025 | umano + IA: g ≈ +0,27 (effetto positivo piccolo) | diversità delle idee: g ≈ −0,86 (forte riduzione) |
Siamo davanti a un paradosso. Dieci persone che dispongono dello stesso sistema possono produrre ciascuna un risultato migliore di quello che avrebbero prodotto da sole e, nello stesso tempo, essere spinte verso una regione più stretta dello spazio delle possibilità. Ma il miglioramento della creatività individuale può convivere con una riduzione della diversità collettiva. Se le grandi trasformazioni culturali che siamo abituati a chiamare “creative” dipendono anche dalla presenza di possibilità remote, strane e inizialmente poco convincenti, questo effetto non è marginale.
Due sistemi di selezione
Il problema non è semplicemente esseri umani contro intelligenza artificiale. È piuttosto il sistema di selezione nel quale l’intelligenza artificiale viene inserita. Possiamo distinguere almeno due regimi. Nel primo, l’IA opera all’interno di incentivi conformisti: viene utilizzata per massimizzare l’engagement, imitare prodotti che hanno già successo, ridurre il costo del lavoro creativo o soddisfare valutatori standardizzati. In queste condizioni aumenta la quantità dei contenuti e può aumentarne anche la qualità media, mentre si riduce lo spazio per le variazioni difficili, poco leggibili o inizialmente inefficaci. Nel secondo regime la selezione è orientata all’esplorazione. L’IA viene usata per mettere in contatto tradizioni lontane, produrre alternative realmente differenziate, sostenere piccoli gruppi sperimentali, conservare prospettive minoritarie e rendere praticabili progetti che altrimenti sarebbero troppo costosi. Alcuni studi recenti suggeriscono che gli incentivi contano: quando si premia esplicitamente l’originalità rispetto agli altri partecipanti, le persone non smettono di usare l’IA, ma la usano in modo più selettivo e la diversità collettiva può aumentare.
L’effetto dell’IA sulla creatività non è quindi una proprietà della macchina considerata isolatamente. Dipende dalla posizione che le assegniamo nel processo creativo, dalle fonti di differenza a cui viene esposta e, soprattutto, dai criteri con cui scegliamo ciò che merita di essere conservato e amplificato.
L’ultima occasione
Le avanguardie storiche non erano soltanto macchine per produrre oggetti strani. Erano organizzazioni sociali dell’attenzione. Costruivano piccoli ambienti nei quali un’opera inizialmente incomprensibile poteva trovare criteri, avversari, imitatori e discendenti prima di essere sottoposta alla selezione di un pubblico più ampio. L’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a costruire ambienti di questo tipo su una scala e a un costo prima impensabili. Ma questa possibilità non coincide con la semplice moltiplicazione dei contenuti. Se viene inserita nel medesimo sistema che seleziona soprattutto ciò che è immediatamente leggibile, comparabile e capace di generare engagement, renderà quel sistema ancora più efficiente. Se invece viene usata per aumentare l’esplorazione e proteggere temporaneamente differenze che il mercato dell’attenzione eliminerebbe troppo presto, potrebbe diventare una tecnologia dell’avanguardia.
L’intelligenza artificiale potrebbe essere l’ultima occasione per invertire questa tendenza, oppure il dispositivo che la porterà a compimento. Può moltiplicare ulteriormente variazioni costruite intorno a ciò che già sappiamo riconoscere, premiare e consumare, fino a trasformare la cultura in una macchina straordinariamente efficiente per produrre novità senza conseguenze. Oppure può essere usata per esplorare regioni dello spazio culturale che i nostri attuali sistemi di selezione tendono a scartare troppo presto.
In questo senso, l’intelligenza artificiale potrebbe essere insieme l’ultima occasione oppure la fine della creatività. E, paradossalmente, decidere quale delle due cose diventerà è a sua volta un problema di creatività. Non riguarda soltanto ciò che riusciremo a far produrre alle macchine, ma la nostra capacità di inventare nuovi criteri per riconoscere, selezionare e proteggere ciò che non assomiglia ancora a qualcosa che sappiamo apprezzare. La questione decisiva non è se le macchine saranno creative. È se noi saremo abbastanza creativi da capire che cosa farne.
Riferimenti essenziali
Marx, W. D. (2025), Blank Space: A Cultural History of the Twenty-First Century, Viking.
Doshi, A. R., Hauser, O. P. (2024), Generative AI enhances individual creativity but reduces the collective diversity of novel content, Science Advances 10.
Holzner, N., Maier, S., Feuerriegel, S. (2025), Generative AI and Creativity: A Systematic Literature Review and Meta-Analysis.
Noy, S., Zhang, W. (2023), Experimental Evidence on the Productivity Effects of Generative Artificial Intelligence, Science 381, 187–192.
Park, M., Leahey, E., Funk, R. J. (2023), Papers and patents are becoming less disruptive over time, Nature 613, 138–144.
Kim, D., Askin, N. (2024), Feature-Based Structures of Opportunity: Genre Innovation in the American Popular Music Industry, 1958 to 2016, American Sociological Review.
Bussola AI è una rubrica ideata e offerta in forma gratuita da Fondazione Innovation Island ETS alla Community di Innovationisland.it.