UniPa, nasce la prima laurea magistrale in Italia per l’impresa artigiana e le PMI: il DSEAS punta su startup e intelligenza artificiale
News - 22/09/2026
di Redazione
Non basta insegnare a gestire un’impresa. Bisogna imparare anche a pensarla, costruirla, assumersi il rischio delle decisioni e capire come portare competenze e produzioni locali sui mercati internazionali. È probabilmente questo il passaggio più interessante nella trasformazione dell’offerta formativa del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche dell’Università di Palermo.
A raccontarla è Marcantonio Ruisi, direttore del DSEAS, intervistato da Talk Sicilia. Dietro i nuovi corsi emerge una questione che va oltre l’università: quale capitale umano serve a una Sicilia che voglia trasformare conoscenza, artigianato, piccola impresa e relazioni mediterranee in capacità di innovare?
Il punto di partenza di Ruisi è netto: «Ci siamo resi conto che la formazione di un manager e di un imprenditore non necessariamente coincidono».
Imparare a pensare come un imprenditore
Non significa immaginare che ogni laureato debba fondare una startup. Significa introdurre nella formazione economica una prospettiva differente.
Studiare un modello di business dal punto di vista di chi deve costruirlo, assumersi responsabilità, individuare un mercato e sostenere le conseguenze delle proprie scelte produce, secondo Ruisi, una forma mentis utile anche a chi sceglierà una carriera manageriale.
È una distinzione importante soprattutto in un territorio nel quale il tessuto produttivo è costituito in larga misura da piccole e medie imprese e dove innovazione non significa necessariamente creare qualcosa da zero. Può voler dire anche rendere più competitiva un’impresa esistente, affrontare un passaggio generazionale, digitalizzare una produzione, raggiungere nuovi mercati.
Dentro questa logica si colloca la nuova laurea magistrale in Economia e Management delle Imprese Artigiane e delle PMI, che debutta nell’anno accademico 2026/2027. UniPa la presenta come il primo corso magistrale italiano specificamente costruito su questo segmento produttivo, nato dalla collaborazione con il Ministero dell’Università e della Ricerca e Confartigianato. (Università degli Studi di Palermo)
L’artigianato non è il contrario dell’innovazione
È forse qui che il progetto diventa particolarmente interessante per la Sicilia.
Artigianato e innovazione vengono spesso raccontati come due mondi distanti: da una parte la tradizione, dall’altra tecnologia, startup e digitale. Ruisi propone una lettura diversa.
L’impresa artigiana custodisce competenze, tecniche, conoscenze e capacità produttive che possono diventare la base di nuovi processi di crescita. Il problema è capire come conservarle senza cristallizzarle.
Ruisi utilizza il concetto di “glocalismo”: partire dalle produzioni e dalle competenze locali per costruire prodotti e servizi capaci di rispondere a una domanda globale.
Questo significa conoscere la filiera, governare la value chain, affrontare l’internazionalizzazione e comprendere anche come tecnologie digitali e intelligenza artificiale possano entrare nei processi dell’impresa.
Non si tratta quindi di aggiungere tecnologia a una produzione tradizionale. Il cambiamento riguarda la capacità dell’impresa di organizzarsi, prendere decisioni, acquisire informazioni e accedere a mercati che prima erano difficilmente raggiungibili.
Ruisi ricorda che in Sicilia esistono già imprese artigiane capaci di competere a livello internazionale, alcune delle quali destinano l’intera produzione ai mercati esteri, pur restando poco conosciute sul territorio.
Sono casi che mostrano come il limite non sia necessariamente nella qualità del prodotto. La sfida riguarda spesso la capacità di trasformare quel sapere in organizzazione, mercato e crescita.
Il Mediterraneo costruito dentro le aule
C’è poi un secondo elemento che sposta ulteriormente il ragionamento.
L’internazionalizzazione dell’università non viene presentata soltanto come possibilità di studiare in inglese o trascorrere un semestre all’estero. Ruisi attribuisce alla formazione internazionale una funzione più profonda: creare oggi le relazioni economiche e professionali di domani.
Il suo ragionamento parte dal Mediterraneo.
La cooperazione internazionale è stata tradizionalmente costruita attraverso istituzioni, accordi diplomatici e programmi pubblici. L’università può provare a percorrere anche la strada inversa: mettere insieme giovani provenienti da Paesi diversi, farli studiare e progettare insieme e lasciare che da quelle relazioni nascano nel tempo collaborazioni professionali e imprenditoriali.
«Se vogliamo parlare di quelle cooperazioni che poi favoriscono realmente lo sviluppo di un sistema di scambi sociali ed economici», sostiene Ruisi, bisogna partire dai ragazzi che oggi vengono messi insieme nelle aule e imparano a fidarsi e a lavorare insieme.
È un’infrastruttura immateriale, ma potenzialmente molto concreta.
Uno studente siciliano che tra dieci anni lavorerà con un ex collega tunisino, egiziano o di un altro Paese del Mediterraneo non dovrà iniziare da zero la costruzione di quella relazione. Avrà già condiviso anni di formazione, progetti e linguaggi.
In questa direzione si muovono anche i percorsi internazionali del DSEAS. L’offerta formativa UniPa 2026/2027 comprende, tra gli altri, Economia e Finanza ed Economia e Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile, mentre nell’area magistrale sono presenti diversi curricula e corsi in lingua inglese. (Università degli Studi di Palermo)
Dalla ricerca al mercato
Il rapporto con l’impresa non nasce però con i nuovi corsi.
Ruisi richiama l’esperienza della Start Cup Palermo, la business plan competition attraverso la quale progetti nati nei dipartimenti e nei laboratori universitari vengono accompagnati verso una possibile applicazione imprenditoriale.
Docenti e studenti possono trasformare idee di ricerca in progetti d’impresa, confrontarsi con una giuria, accedere a premi e arrivare al confronto con investitori nella competizione nazionale. Nel tempo, ricorda Ruisi, alcune di quelle esperienze sono diventate aziende ancora presenti sul mercato.
È uno dei punti cruciali per qualsiasi ecosistema dell’innovazione: ridurre la distanza tra produzione della conoscenza e produzione di valore.
Non tutta la ricerca deve diventare un’impresa e non ogni studente deve diventare imprenditore. Ma un’università inserita in un territorio fragile sul piano della produttività e della capacità di trattenere talenti non può considerare indifferente ciò che accade dopo la formazione.
L’università come infrastruttura del territorio
Messe insieme, queste esperienze delineano una funzione dell’università che va oltre il trasferimento delle conoscenze.
L’Ateneo diventa uno dei luoghi nei quali possono incontrarsi ricerca, giovani, imprese, associazioni produttive e mercati internazionali. Non significa sostituirsi agli imprenditori o alle politiche pubbliche, ma costruire alcune delle competenze e delle relazioni necessarie perché altri possano agire.
La nuova magistrale dedicata alle imprese artigiane e alle PMI sarà quindi interessante soprattutto per ciò che riuscirà a produrre fuori dalle aule: manager capaci di innovare imprese esistenti, nuovi imprenditori, passaggi generazionali meglio governati, internazionalizzazione delle produzioni locali, contaminazione tra competenze tradizionali e nuove tecnologie.
Ed è questo il vero banco di prova.
Come osserva Ruisi, l’università può «aprire questa autostrada», offrendo esperienze internazionali, Erasmus, tirocini e doppi titoli. Ma servono giovani disposti a percorrerla.
La questione, allora, non è soltanto quanti nuovi corsi aprirà l’università. È capire se quelle aule riusciranno a diventare uno dei luoghi nei quali prende forma una nuova capacità della Sicilia di fare impresa, costruire relazioni e stare sui mercati.