Venture capital in Italia: perché si investe di più, ma la crescita non tiene il passo

Investimenti record, divari territoriali persistenti e un late stage ancora debole. I dati del venture capital in Italia aiutano a leggerne i limiti strutturali.

Un 2025 di investimenti record

Il venture capital in Italia ha chiuso il 2025 con numeri che indicano una fase di consolidamento, ma non ancora di piena maturità. Nell’ultimo trimestre dell’anno sono stati investiti 901 milioni di euro, contro i 306 milioni del periodo precedente, il valore più alto mai registrato su base trimestrale. Su base annua, gli investimenti raggiungono 1,73 miliardi di euro, facendo del 2025 il secondo miglior anno di sempre, dopo il picco del 2022.

Il dato fotografa un sistema più robusto rispetto al passato, ma non privo di fragilità. L’Osservatorio trimestrale sul Venture Capital in Italia, realizzato da Growth Capital con Italian Tech Alliance e analizzato anche da Il Sole 24 Ore, restituisce infatti un quadro in chiaroscuro, dove alla crescita degli investimenti si affiancano criticità strutturali ancora irrisolte.

La raccolta frena e riapre il tema della sostenibilità

Il primo elemento di discontinuità riguarda la raccolta di nuovi fondi, che nel 2025 si è fermata a 545 milioni di euro, in netto calo rispetto agli 1,4 miliardi dell’anno precedente. I nuovi fondi registrati sono stati 9, contro i 14 del 2024. Un dato che ridimensiona la lettura e riporta l’attenzione sulla capacità del sistema di sostenere la crescita nel medio periodo.

Secondo Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, le aspettative di inizio anno sono state in larga parte disattese. «A fine 2024 è entrata in vigore una nuova normativa, molto all’avanguardia, pensata per facilitare l’ingresso di investitori istituzionali, tradizionalmente timidi in Italia, ma non abbiamo visto l’attivismo che ci aspettavamo». Una dinamica che non riguarda solo l’Italia: anche a livello europeo, osserva Cerruti, molte iniziative annunciate a favore di start up e scale up non hanno ancora prodotto effetti concreti.

Il divario territoriale come fattore strutturale

Le fragilità emerse dai dati non si distribuiscono in modo uniforme. Il divario territoriale resta uno dei nodi centrali del sistema venture capital italiano. È una lettura che trova riscontro anche nel racconto dell’innovazione seguito da Innovation Island, con l’intervista ad Amedeo Giurazza, founder, CEO e managing partner di Vertis SGR.

Perché alla Sicilia servono strategie di venture capital, Giurazza: "Il mercato da solo non basta"
Amedeo Giurazza al Premio Innovazione Sicilia 2025

«Purtroppo dobbiamo prendere atto della dura realtà, cioè che la Sicilia è un po’ il fanalino di coda rispetto al Sud. Il Sud è indietro rispetto al Nord Italia e l’Italia è indietro rispetto all’Europa», ha affermato. Vertis, basata a Napoli, si caratterizza per investire prevalentemente al Sud. Attualmente gestisce un fondo dedicato proprio al Mezzogiorno, con una dotazione di 60 milioni di euro, mettendo in luce un dato fondamentale: le opportunità non mancano.

Il nodo delle regioni

Il ritardo territoriale si lega a un tema più ampio, che Giurazza definisce “fallimento del mercato”. «Bisognerebbe, a mio avviso, che la Regione mettesse a disposizione dei capitali per sviluppare il venture capital in questa regione, in Sicilia, come hanno fatto la Puglia e il Lazio e stanno facendo anche la Sardegna e la Campania».

Il richiamo al capitale pubblico come leva per attivare quello privato aiuta a interpretare uno dei dati più critici dell’Osservatorio: la contrazione della raccolta per nuovi fondi. In assenza di strumenti capaci di ridurre il rischio nelle fasi iniziali, il capitale tende a concentrarsi dove l’ecosistema è già maturo, rafforzando un circolo che penalizza i territori più fragili.

Founder più preparati, investitori più selettivi

Accanto ai limiti strutturali, l’Osservatorio evidenzia segnali di evoluzione dell’ecosistema italiano del venture capital. «Si è registrato un innalzamento del livello dei founder, gli imprenditori innovativi che devono diventare esempi di successo, e degli investitori», osserva Cerruti. Una crescita qualitativa che interessa in particolare i settori delle Life Sciences, della cybersecurity, della sicurezza energetica e della difesa.

A sostenere questa dinamica è anche la presenza crescente di investitori internazionali, che nel 2025 hanno rappresentato il 45% dei 354 soggetti attivi sul mercato italiano. «Non c’è stata un’esplosione, una crescita particolarmente rilevante, ma il dato è comunque positivo e testimonia la capacità attrattiva del sistema».

Late stage ed exit, il vero collo di bottiglia

Il punto di maggiore fragilità resta il late stage. La scarsità di fondi growth e investitori corporate limita lo sviluppo delle scale up, frena le operazioni di M&A e riduce le exit. «Come previsto, il nodo delle exit resta il principale fattore critico per l’ecosistema italiano del venture capital», osserva Fabio Mondini De Focatiis, founding partner di Growth Capital. «Nonostante una media di 50 Serie A all’anno, i Serie B rimangono pochi ed i Serie C+ sono addirittura diminuiti».

A questo si aggiunge un ritardo strutturale sull’intelligenza artificiale, ancora marcato rispetto all’Europa e, soprattutto, agli Stati Uniti. «La vera sfida per l’Italia sarà convertire la pipeline early stage in un flusso più consistente di late stage ed exit».

Il confronto europeo ridimensiona l’ottimismo

Nel confronto europeo, l’Italia resta indietro in termini assoluti, con 1,7 miliardi di euro investiti su 66 miliardi complessivi. Cresce però a ritmi più rapidi di Francia, Germania e Regno Unito, che rimane il principale mercato europeo per volumi. La Spagna, con 2 miliardi di euro, supera l’Italia, pur mostrando una dinamica di crescita comparabile.

Per il 2026, l’Osservatorio prevede un ulteriore consolidamento del sistema, senza crescite significative. Il sentiment resta comunque positivo. «Il sentiment degli operatori è però estremamente positivo, il migliore mai registrato, sostenuto dalla robusta attività del secondo semestre dell’anno».

Una crescita reale, ma ancora incompiuta

Nel loro insieme, i dati non raccontano una crisi, ma nemmeno un ecosistema pienamente maturo. Rafforzano piuttosto, con i numeri, questioni già emerse nel racconto dell’innovazione: il divario territoriale, il ruolo del capitale pubblico e la fragilità del late stage. È in questo spazio, tra consolidamento e incompiutezza, che si gioca oggi la vera sfida del venture capital italiano.

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