Salvatore Sanfilippo: l’evoluzione del codice, i confini dell’AI e il potere della narrativa

C’è una domanda che, sicuramente, Salvatore Sanfilippo si sente fare spesso, ma la risposta non cambia mai: sì, si può costruire qualcosa che conta, anche (e a volte soprattutto) dalla periferia. Il creatore di Redis, uno dei database open source più usati al mondo, lo dimostra da quasi vent’anni – e lo ha raccontato a Innovation Island, main media partner di Coderful 2026, in un’intervista che attraversa l’intelligenza artificiale, la fantascienza e la scrittura narrativa.

Il software si può fare ovunque. Ma l’AI ha cambiato le regole

Quando parla di Redis, nato nel 2009, Sanfilippo parla di un progetto consolidato. Dopo anni di sviluppo continuo, si era allontanato dall’azienda per dedicarsi ad altro, per poi tornare di recente a partecipare nuovamente alla sua evoluzione.

Alla domanda su cosa significhi oggi fare innovazione partendo dalla Sicilia, lontano dai grandi hub tecnologici, risponde senza giri di parole: se il software si può fare ovunque, grazie a programmatori e programmatrici di successo che vengono dalla periferia, fare azienda è diverso. In quel caso, infatti, entrano in gioco sistemi di tipo economico e relazionale che permettono di trovare capitali e scalare.

Ma c’è una variabile che, secondo lui, ha cambiato questa dinamica: «Se si vuole fare sviluppo AI significativo, servono le GPU, e c’è un problema sia di tipo economico che di approvvigionamento». E aggiunge, con un certo rammarico: «Questa cosa, che era così romanticamente vera dagli anni ’90 in poi, cioè che potevi fare software a grandissimi livelli dalla cameretta, ovunque, oggi è vera solo per alcuni ambiti applicativi».

«L’essere umano deve avere l’intenzionalità»

Sul tema della delega del pensiero agli strumenti AI, Sanfilippo non si nasconde dietro rassicurazioni facili: «Non è ben chiaro se anche la parte progettuale, nel giro di poco, non possa essere meglio eseguita dall’AI, almeno in gran parte dei casi. L’anno scorso o due anni fa, il codice dell’AI era passabile, ma era scarsino. Oggi è quasi sempre migliore – almeno in isolamento, non a livello progettuale, ma in isolamento di singola funzione, di singolo pezzo – di quello che possono scrivere la gran parte dei programmatori».

Per orientarsi in questo terreno mobile propone una chiave di lettura precisa: «Fino a quando c’è un primato umano, allora le cose le fanno gli esseri umani. Quando c’è il primato della macchina, le cose le fa la macchina. La differenza è questa: l’essere umano deve avere l’intenzionalità di ciò che viene compiuto. Deve dire “io voglio fare questa cosa”, al di là del fatto che la realizzi l’AI».

Due scenari, una sola partita aperta

Interrogato su come immagina il futuro, Sanfilippo individua due variabili che intreccia con la lucidità di chi ci pensa da tempo. La prima riguarda chi controllerà la tecnologia: «Per ora il gioco è alla pari. C’è chi ha più GPU e va più veloce, c’è chi ne ha di meno e va più lento. Se, invece, qualcuno dovesse fare un salto avanti e riuscire a chiudere tecnologicamente le AI, lì è asso pigliatutto – e questo creerebbe degli scenari pericolosi di accesso non equo all’intelligenza artificiale».

La seconda riguarda la natura stessa dello sviluppo dell’AI: resterà uno strumento sempre più capace ma circoscritto, o porterà a una sostituzione totale dell’uomo anche nell’innovazione e nella ricerca? Sanfilippo non nasconde le tensioni che vede all’orizzonte, ma guarda anche al lato positivo: «Quello che spero è che, almeno, di questo pacchetto prendiamo le cose buone, come cure per le malattie, una maggiore salute mentale, una gestione migliore dei problemi climatici. L’AI non è solo un prodotto, ma ha la capacità di migliorare la vita degli esseri umani».

«L’idea della macchina che si automigliora in un paper del ’69»

Quando si parla di intelligenze artificiali immaginate dalla fantascienza, Sanfilippo sposta il discorso oltre la narrativa: «Anche i ricercatori, questa idea di una macchina che si automigliora, l’hanno scritta in alcuni paper del ’69». E aggiunge: «La differenza principale è questa: prima si parlava di queste cose in termini altamente speculativi».

Codice e romanzi, la stessa grammatica

Sanfilippo non è solo un developer: scrive anche narrativa, e nella doppia identità trova più di un parallelo. «Si usano in tutti e due i casi effettivamente una grammatica, un linguaggio e, infatti, non è un caso che l’AI riesca bene sia nei compiti di scrittura che nei compiti di programmazione». E sul romanzo, in particolare: «Bisogna tenere in piedi una grande complessità di cose che interagiscono tra di loro, ed è molto simile alla creazione di un sistema software complicato».

La passione per la scrittura nasce da una lettura intensiva fin dall’adolescenza e dalla convinzione che «la creazione del marchingegno che tiene in sesto un romanzo sia una delle sfide intellettuali più grandi e più interessanti da intraprendere».

Il consiglio per l’estate, tra appiattimento e qualità

Tra contenuti che sembrano già visti, Sanfilippo individua comunque opere capaci di sorprendere ancora. La sua raccomandazione è la serie tv Severance. E spiega perché, secondo lui, le piattaforme riescono ancora a fare qualità nei prodotti di punta, salvo poi inondare il mercato con contenuti usa e getta «perché il giudizio estetico delle masse è profondamente sopito».

Un film per un’AI senziente

Alla domanda su cosa mostrerebbe a un’intelligenza artificiale senziente, Sanfilippo pensa a 2001: Odissea nello Spazio, o comunque a opere capaci di far comprendere meglio la condizione umana, sospesa – come dice lui – «tra le contraddizioni che ci vedono sempre a un passo da un lato verso il divino e dall’altro verso la più totale meschinità».

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