Perché il confronto tra designer e developer conta più di prima nell’era dell’AI
News - 30/07/2026
di Luisa Cassarà
“Designer e developer dicono la stessa cosa, ma la dicono usando due lingue diverse.” Con questa immagine Riccardo Erra, Developer Advocate in Figma, sintetizza uno dei nodi più concreti del lavoro digitale: non un conflitto di contenuti, ma un problema di “traduzione”. Un tema che, nell’era dell’intelligenza artificiale, rischia di accelerarsi insieme a tutto il resto, senza per questo scomparire. Ne abbiamo parlato durante la nostra intervista in occasione di Coderful 2026: un dialogo fitto, che ci ha ricordato qualcosa che a volte dimentichiamo: alla base della comprensione c’è sempre la comunicazione.
Due lingue, una sola idea
Secondo Erra, i developer spesso faticano a comprendere le scelte che i designer compiono a monte, prima che un progetto grafico arrivi al momento della sua trasformazione in codice. Specularmente, i designer tendono a sottovalutare i vincoli imposti dal linguaggio di sviluppo: pensano che con il codice si possa fare tutto – e magari lo si può fare – ma in realtà esistono scelte obbligate, legate a sicurezza e performance, difficili da cogliere per chi non lavora direttamente nel codice. Non un problema di contenuto, dunque, ma di prospettiva: due professionalità che partono da presupposti diversi per arrivare, spesso, alla stessa conclusione.
L’intelligenza artificiale accelera, non risolve
Alla domanda se l’intelligenza artificiale rischi di far sparire questo confronto – talvolta acceso, ma funzionale – tra designer e developer, Erra risponde con una distinzione netta: l’AI accelera i passaggi, ma le incomprensioni non scompaiono, semplicemente si spostano più rapidamente da un punto all’altro. Proprio perché l’esecuzione pratica viene sempre più delegata agli strumenti – il designer che chiede all’AI di generare un layout, il developer che le chiede di scrivere codice – il confronto tra esseri umani diventa, se possibile, ancora più necessario. Le decisioni, il gusto, la capacità di valutare se un output generato dall’intelligenza artificiale sia quello giusto, restano competenze profondamente umane.
Dalla mezza maratona alla terza review
Corridore abituale della Hackney Half Marathon, Erra individua un parallelo diretto tra la corsa su lunga distanza e il lavoro su progetti complessi. La lezione principale è la resilienza: nei primi chilometri di una mezza maratona si insinua spesso il pensiero di non riuscire ad arrivare alla fine, eppure passo dopo passo il traguardo si avvicina. Lo stesso vale per un progetto digitale complicato, specialmente quando si lavora con persone che non si conoscono ancora bene: il pessimismo iniziale lascia il posto, con il tempo e l’allenamento, al raggiungimento dell’obiettivo. Sul dove si soffra di più – al diciottesimo chilometro o alla terza review tra designer e developer – la risposta di Erra dipende dall’allenamento: chi si è preparato bene, in entrambi i casi, non soffre; chi non lo ha fatto, rimpiange di aver cominciato.
“Due Spicci” di Zero Calcare, contro l’appiattimento
Sul tema dell’appiattimento dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale, Erra porta un esempio recente: la serie “Due Spicci” di ZeroCalcare, che sta ancora guardando. Ciò che lo colpisce del lavoro dell’autore, in generale, è la capacità di costruire umorismo capace di far rilassare lo spettatore, per poi inserire un messaggio serio, che comunque invita a far riflettere. Una capacità di far pensare mentre si ride che Erra definisce profondamente umana.
“Her”, il film da mostrare a un’AI senziente
Alla domanda su quale film mostrerebbe a un’intelligenza artificiale diventata senziente, Erra sceglie “Her” di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson. La ragione è diretta: se l’AI diventasse senziente, gli esseri umani rischierebbero comunque di utilizzarla nel modo sbagliato, finendo per peggiorare la propria condizione invece di migliorarla. Una scelta che, secondo Erra, dice più sull’imperfezione umana che sulla tecnologia stessa: non siamo perfetti come pensiamo di essere, e proprio per questo potremmo fare un cattivo uso anche dello strumento più avanzato.
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