Chi saprà ancora scrivere? L’Odissea della comunicazione nell’era dell’hype

«Perché avranno solo i canti per ricordare chi di noi sapeva scrivere». È una delle battute conclusive pronunciate da Ulisse nella nuova Odissea di Christopher Nolan. Una frase che sembra provenire da un passato remoto e che, invece, arriva come un’accusa rivolta al nostro presente.

Il film di Nolan, uscito nelle sale il 17 luglio 2026 e realizzato interamente con cineprese IMAX, utilizza una delle tecnologie cinematografiche più avanzate per tornare alla forma più antica della comunicazione: il racconto. Non è un dettaglio secondario. La storia comincia con un uomo che, in una sala affollata, racconta una storia; e proprio il potere ambiguo delle storie — capaci di ingannare e liberare, dividere e tenere insieme — attraversa l’intero film. Il paradosso è evidente. Nel momento in cui possediamo più strumenti per comunicare di quanti l’umanità ne abbia mai avuti, Nolan ci riporta al canto, alla voce, alla memoria. Ci ricorda che una storia non sopravvive perché è stata registrata, pubblicata o archiviata. Sopravvive quando qualcuno decide di raccoglierla, riconoscerla e tramandarla.

Ed è forse proprio questo il problema della comunicazione contemporanea. Produciamo una quantità sterminata di testi, immagini, video, dichiarazioni, prese di posizione e contenuti. Ogni organizzazione è diventata una redazione. Ogni dirigente è chiamato a essere un portavoce. Ogni evento pretende una reazione immediata. Ogni silenzio viene interpretato come assenza, debolezza o incapacità di stare dentro il proprio tempo.

Ma comunicare continuamente non significa necessariamente lasciare una traccia.

L’abbondanza di parole non genera automaticamente significato. Può produrre, al contrario, un rumore nel quale identità, responsabilità e visione diventano sempre più difficili da distinguere. Se tutto deve essere raccontato, commentato e trasformato in contenuto, il rischio è che nulla riesca davvero a diventare memoria. La frase di Ulisse, tuttavia, non è soltanto una suggestione poetica. Contiene l’eco di una frattura storica realmente avvenuta. Intorno al 1200 avanti Cristo, il mondo dei grandi palazzi micenei entrò in una crisi profonda. I centri politici e amministrativi furono distrutti, l’organizzazione palaziale scomparve e con essa cadde in disuso anche la Lineare B, la scrittura impiegata dagli scribi per registrare beni, scambi e attività economiche. Dopo il crollo, la Grecia attraversò un lungo periodo nel quale non possedette più un sistema di scrittura, fino alla diffusione di un nuovo alfabeto intorno all’VIII secolo avanti Cristo.

Per diversi secoli, ciò che restava di quel mondo poté sopravvivere soprattutto nella voce dei cantori. I poemi epici furono trasmessi oralmente, trasformandosi a ogni passaggio, conservando frammenti di una civiltà scomparsa e affidandoli a una memoria collettiva che precedeva il libro. La stessa tradizione omerica porta le tracce di questa lunga trasmissione orale, pur senza poter essere considerata una cronaca fedele del mondo miceneo. I canti, dunque, non sono ciò che resta dopo la scrittura per una semplice nostalgia del passato. Sono ciò che può restare quando un’intera infrastruttura della conoscenza viene distrutta.

Ulisse sembra intuire di trovarsi alla fine di un mondo. Alle sue spalle non ci sono soltanto una guerra e una città incendiata. C’è la possibilità che scompaiano gli archivi, gli alfabeti, le istituzioni, i nomi e persino la capacità di comprendere ciò che è accaduto.

È un’apocalisse della storia, provocata dalla guerra.

Ma è anche un’apocalisse della conoscenza: una civiltà non muore definitivamente quando vengono distrutti i suoi edifici. Muore quando nessuno è più in grado di interpretarne le parole, riconoscerne le esperienze e attribuire un significato alla sua memoria. La nostra apocalisse potrebbe presentarsi in una forma opposta e, proprio per questo, meno riconoscibile. Non rischiamo di perdere la scrittura perché non possediamo strumenti per conservarla. Rischiamo di perderne la forza perché produciamo una quantità di parole così vasta da rendere sempre più difficile distinguere ciò che merita di essere ricordato. Non una biblioteca vuota, dunque, ma una biblioteca infinita nella quale nessuno riesce più a trovare il libro necessario.

Non l’assenza di informazioni, ma la loro sovrabbondanza.

Platone aveva già intuito una parte di questo paradosso. Nel Fedro, attraverso il mito di Theuth e Thamus, la scrittura viene presentata come un’invenzione capace di accrescere la sapienza e la memoria. Il re Thamus, tuttavia, teme che essa possa produrre l’effetto contrario: affidandosi ai segni esterni, gli uomini potrebbero smettere di esercitare la memoria interiore e scambiare la disponibilità delle informazioni per una reale conoscenza. Oggi ci troviamo davanti a un ulteriore passaggio. Dopo la memoria orale e la memoria scritta, stiamo entrando nell’epoca della memoria automatizzata: una memoria potenzialmente sterminata, esterna all’uomo, capace di registrare, elaborare e riprodurre quasi tutto, ma non necessariamente di comprendere il valore di ciò che conserva.

La conoscenza, però, non consiste nella possibilità di recuperare un’informazione. Richiede selezione, interpretazione, relazione. Richiede qualcuno che sappia riconoscere un legame tra le cose e assumersi la responsabilità del significato attribuito loro.

In questo scenario, la leadership nella comunicazione istituzionale per portare un esempio concreto non può consistere soltanto nella capacità di occupare uno spazio mediatico. Non è leadership rispondere più velocemente degli altri, utilizzare il formato più recente o intercettare ogni conversazione del momento. La leadership comunicativa è la capacità di dare un ordine agli eventi, scegliere le parole necessarie e assumersi la responsabilità di una direzione. Significa sapere non soltanto come parlare, ma perché parlare.

Ed è qui che la riflessione di Ludwig Wittgenstein diventa particolarmente attuale. Nelle Ricerche filosofiche, il significato di una parola non viene considerato come qualcosa di astratto e separato dalla realtà, ma come il risultato del suo uso all’interno di determinate pratiche, relazioni e «forme di vita». Per comprendere davvero un’espressione, bisogna osservare come viene usata, in quale contesto e secondo quali comportamenti condivisi. Una parola istituzionale, quindi, non acquista significato soltanto perché viene pubblicata in un comunicato o pronunciata da un rappresentante autorevole. Significa qualcosa quando corrisponde a una scelta, a una condotta, a una storia verificabile.

Quando un’istituzione parla di inclusione, sostenibilità, innovazione o responsabilità senza tradurre quelle parole in pratiche riconoscibili, il linguaggio non scompare. Continua a essere formalmente corretto, talvolta persino efficace, ma perde progressivamente il proprio mondo.

Le parole restano. È la realtà alla quale dovrebbero appartenere che viene meno.

La leadership nella comunicazione potrebbe allora essere definita proprio come la capacità di tenere unite la parola pronunciata e la realtà vissuta. Non la semplice abilità di formulare messaggi convincenti, ma la responsabilità di costruire una coerenza tra ciò che un’organizzazione dichiara, ciò che fa e ciò che è disposta a difendere quando quella posizione non garantisce un consenso immediato. È qui che emerge uno dei grandi equivoci del nostro tempo: l’asservimento dei brand all’hype. Marchi, aziende e istituzioni inseguono linguaggi, estetiche, cause, meme e rituali collettivi non sempre perché appartengano davvero alla loro cultura, ma perché sembrano garantire visibilità. Il brand smette così di essere una voce e diventa una superficie di adattamento. Cambia tono a ogni piattaforma, identità a ogni tendenza, posizione a ogni mutamento della conversazione pubblica. Riesce forse a ottenere attenzione, ma rischia di perdere riconoscibilità.

Un brand non viene distrutto soltanto quando nessuno ne parla. Può essere distrutto anche quando parla di tutto, con tutti i linguaggi disponibili, fino a non sapere più quale sia il proprio. L’hype promette presenza, ma spesso produce dipendenza. Trasforma la comunicazione da esercizio di strategia a riflesso condizionato: accade qualcosa, dunque bisogna intervenire; nasce un formato, dunque bisogna adottarlo; emerge una sensibilità, dunque bisogna dichiararsi immediatamente partecipi. In questa rincorsa, la coerenza viene percepita come lentezza e la complessità come inefficienza. Il risultato è una comunicazione capace di reagire, ma sempre meno capace di orientare.

La crisi del brand diventa così una particolare forma della crisi dell’io.

Un’identità forte non è un’identità che parla sempre di sé. È un’identità capace di osservare il mondo da una posizione riconoscibile. L’asservimento all’hype la distrugge proprio perché, per essere presente in ogni conversazione, il marchio rinuncia gradualmente alla propria individualità. Non diventa universale. Diventa intercambiabile. Ma la riflessione di Nolan non si ferma alla crisi della parola. Ulisse è l’eroe dell’intelligenza, dell’astuzia, della strategia e della capacità di utilizzare il linguaggio per modificare la realtà. È colui che inventa narrazioni per sfuggire ai nemici, nasconde il proprio nome, costruisce identità e trasforma la parola in uno strumento di sopravvivenza. Eppure, nessuna delle sue capacità sembra sufficiente a salvarlo definitivamente. L’astuzia gli permette di attraversare il pericolo. La violenza gli consente di sconfiggere i nemici. La parola lo aiuta a ingannare e a resistere. Ma soltanto la relazione con l’altro può restituirgli un’identità. Ulisse può sopravvivere come «Nessuno». Per tornare a essere qualcuno deve essere riconosciuto.

Penelope, allora, non rappresenta semplicemente la destinazione geografica del viaggio o l’oggetto di un ricongiungimento sentimentale. È lo sguardo davanti al quale Ulisse non ha più bisogno di costruire una nuova maschera. È la persona capace di riconoscerlo dopo la guerra, dopo le menzogne, dopo la gloria e dopo la caduta. L’amore diventa la possibilità di essere accolti quando non si coincide più con il racconto eroico costruito intorno al proprio nome. Non è soltanto amore coniugale. È una forma di amore universale: la forza che interrompe l’autosufficienza dell’io e lo apre alla responsabilità verso l’altro. Ciò che salva Ulisse non è l’affermazione definitiva della propria individualità, ma la possibilità di consegnarla a una relazione. Ed è proprio qui che il viaggio di Ulisse incontra quello di Dante.

La Commedia termina quando il desiderio e la volontà individuali riescono finalmente ad accordarsi a una forza più grande: «l’amor che move il sole e l’altre stelle». L’amore non cancella l’io, ma lo sottrae alla sua solitudine, lo ricolloca dentro un ordine e gli permette di partecipare a qualcosa che lo supera. L’amore diventa così anche l’opposto dell’hype. L’hype chiede all’io di modificarsi continuamente per essere visto. L’amore riconosce l’individuo anche quando non è più nuovo, vincente o rilevante. L’hype produce identità intercambiabili. L’amore restituisce un nome. L’hype consuma il presente. L’amore crea memoria.

Ulisse torna a Itaca perché possiede molte capacità: combatte, inganna, resiste, negozia. Ma soprattutto racconta e si lascia raccontare. La sua identità non è conservata soltanto dalle imprese compiute, ma dalle parole attraverso cui quelle imprese vengono ordinate, interpretate e consegnate agli altri.

La comunicazione contemporanea sembra aver dimenticato proprio questa funzione. Troppo spesso non ordina il mondo: lo insegue. Non costruisce una direzione: registra oscillazioni. Non crea una memoria condivisa: accumula materiali destinati a essere sostituiti dal contenuto successivo. «Perché avranno solo i canti per ricordare chi di noi sapeva scrivere».

Forse oggi la domanda non è chi possieda materialmente la capacità di scrivere. Le macchine possono farlo in pochi secondi e con un’efficienza crescente. La domanda è chi sappia ancora attribuire un significato alle parole, collocarle dentro una storia e rispondere pubblicamente delle conseguenze che producono. Le istituzioni e i brand destinati a sopravvivere non saranno necessariamente quelli che avranno comunicato di più. Saranno quelli che avranno conservato una voce riconoscibile, resistendo alla tentazione di pronunciare ogni parola disponibile e di partecipare a ogni entusiasmo del momento. Ma forse non sarà sufficiente neppure possedere una voce.

Perché una voce diventi canto deve esistere qualcuno disposto ad ascoltarla, riconoscerla e tramandarla. La memoria non nasce dall’autosufficienza di chi parla. Nasce dalla relazione tra chi consegna una parola e chi decide di custodirla. È questa la possibilità di salvezza che rimane a Ulisse e, forse, anche a noi. Non la certezza che ogni cosa scritta sopravviverà. Non l’illusione che gli archivi digitali siano eterni. Non la pretesa che il nostro nome continui a essere pronunciato quando il mondo che abbiamo conosciuto sarà scomparso. Soltanto la speranza che qualcuno riconosca, nelle nostre parole, la traccia di una responsabilità, di una relazione e di un essere umano. Non ci mancano gli strumenti per raccontarci. Ci manca, forse, la leadership necessaria per decidere quale storia meriti davvero di essere cantata. E l’amore necessario perché qualcuno scelga di ricordarla.