L’intelligenza artificiale, la nuova Babele e il primato dell’umano

L’intelligenza artificiale è davvero la nuova Babele del nostro tempo? La domanda non riguarda soltanto la tecnica, né può essere liquidata come una delle tante formule con cui proviamo a descrivere la rapidità del cambiamento. Essa tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui l’uomo comprende se stesso, il senso della relazione, il destino della coscienza, la possibilità stessa di una civiltà ancora capace di custodire l’umano.

Per questo l’intelligenza artificiale non è soltanto una rivoluzione tecnologica. È una questione antropologica, spirituale e civile. È, direi, una questione psichica e relazionale, perché investe il modo in cui desideriamo, pensiamo, apprendiamo, ci rappresentiamo e costruiamo legami. Non è un caso che Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’umanesimo integrale che tratta dell’AI, abbia scelto di porre al centro proprio questo nodo: la tecnologia non può trasformarsi in un nuovo potere impersonale, capace di sostituire coscienza, responsabilità e discernimento umano.

L’enciclica, resa pubblica il 25 maggio, interviene dentro un passaggio storico decisivo. Leone XIV utilizza parole nette e mette in guardia dal rischio di una “Babele digitale”: una società iperconnessa, attraversata da flussi continui di informazioni, apparentemente unificata da linguaggi, standard e piattaforme, ma sempre più esposta alla perdita dell’incontro autentico. È una società che può parlare moltissimo e comprendersi sempre meno; può connettere tutti e lasciare ciascuno più solo; può moltiplicare le risposte e impoverire le domande.

Questo stesso riferimento simbolico attraversa la riflessione che ho sviluppato a Palermo, al Gesù di Casa Professa, in occasione della presentazione del libro del gesuita Walter Bottaccio, “Fine dell’intelligenza artificiale nellArte del Gesù di Casa Professa”. Quel titolo contiene già una soglia interpretativa importante. “Fine” non indica soltanto la conclusione, ma anche il fine, lo scopo, la destinazione, il senso. La questione non è dunque se l’intelligenza artificiale debba essere respinta o idolatrata. La questione è comprendere quale umanità essa possa servire.

Il contrasto tra Babele e Gerusalemme diventa, in questa prospettiva, una metafora decisiva del futuro digitale. Da una parte c’è Babele: il sogno di una lingua unica fatta di algoritmi, interfacce, protocolli, metriche, standard globali, output immediatamente confrontabili e consumabili. Dall’altra c’è Gerusalemme: non la cancellazione delle differenze, ma la loro possibile armonizzazione; non la connessione senza incontro, ma la prossimità; non l’uniformità, ma una comunità capace di custodire la persona, la fragilità, il legame sociale.

La domanda, allora, diventa questa: quale città vogliamo abitare? Una Babele che ci connette senza farci incontrare, oppure una Gerusalemme che ci rende prossimi?

Per rispondere occorre uscire da una visione puramente computazionale dell’intelligenza. La nostra epoca tende sempre più spesso a chiamare intelligente ciò che è rapido, efficiente, ottimizzato, predittivo, performante. Chiamiamo intelligente ciò che calcola velocemente, ciò che elabora grandi quantità di dati, ciò che riduce l’incertezza, ciò che produce risposte in tempi minimi. Tutto questo è importante, e sarebbe ingenuo negare la potenza dell’intelligenza artificiale come strumento di calcolo, correlazione, assistenza cognitiva e supporto decisionale.

Ma se riduciamo l’intelligenza al calcolo, amputiamo l’umano di una parte essenziale di sé. L’uomo non è una macchina imperfetta da ottimizzare. Non è soltanto un processore di informazioni. È un essere che nasce incompiuto, esposto, vulnerabile, dipendente, bisognoso di cura. È un essere che sente, desidera, teme, sogna, rimuove, ama, idealizza, odia, simbolizza. È un essere che cresce non malgrado il limite, ma attraverso il limite.

È qui che entra in gioco il concetto di intelligenza neotenica. Per intelligenza neotenica intendo l’intelligenza propria di una specie che non nasce finita, ma aperta; non nasce autosufficiente, ma affidata; non nasce già programmata, ma bisognosa di relazione, accudimento, linguaggio, trasmissione. La neotenia non è un difetto dell’umano. È il suo segreto evolutivo. L’essere umano è potente proprio perché nasce fragile. È creativo proprio perché non coincide mai interamente con una funzione. È capace di cultura perché resta, strutturalmente, un essere apprendibile, trasformabile, educabile.

La psicoanalisi lo ha compreso in profondità. Il soggetto non nasce da solo. L’Io non si autocostruisce come una macchina che si avvia. L’Io emerge nella relazione, attraverso lo sguardo, il rispecchiamento, l’attaccamento, la sintonizzazione affettiva, la parola dell’altro che ci precede e ci contiene. Non c’è mente senza legame. Non c’è pensiero senza un altro che, all’inizio, ci abbia pensati.

Da questo punto di vista, l’intelligenza neotenica è radicalmente diversa dall’intelligenza artificiale. L’AI può elaborare, simulare, produrre testi, immagini, connessioni, inferenze. Può imitare alcune forme espressive dell’umano. Può offrire risposte convincenti. Ma non nasce, non attraversa l’impotenza originaria, non conosce l’esperienza della dipendenza, non viene generata da una voce, da un corpo, da uno sguardo, da una cura. Non sogna il mondo prima di concettualizzarlo. Non porta dentro di sé la memoria affettiva della separazione, del desiderio, dell’ambivalenza, della crescita.

Per questo il primato dell’intelligenza neotenica non è il primato della velocità, ma del senso. Non è il primato della prestazione, ma della generazione. Non è il primato della risposta, ma della domanda. L’intelligenza artificiale può diventare sempre più potente, ma l’umano resta irriducibile proprio là dove è più fragile: nel bisogno di relazione, nella capacità simbolica, nella memoria affettiva, nella ferita, nella creatività, nella responsabilità morale.

Il vero rischio, allora, non è semplicemente che la macchina diventi umana. Il rischio più profondo è che l’uomo desideri diventare macchina. La nostra epoca è sedotta dall’efficienza perché è stanca della fragilità. Vorremmo non sbagliare, non attendere, non dimenticare, non soffrire, non dipendere, non sostare nel dubbio. Vorremmo essere più veloci dell’incertezza, più performanti del desiderio, più ordinati del conflitto. Ma se eliminiamo tutto questo, eliminiamo anche l’umano.

Questa riflessione incontra in modo evidente il cuore dell’enciclica di Leone XIV. Il Pontefice ricorda che l’intelligenza artificiale può essere una straordinaria opportunità solo se resta subordinata alla dignità della persona e al bene comune. Non basta aumentare la capacità di calcolo. Bisogna domandarsi quale uomo stiamo formando, quale società stiamo costruendo, quale idea di libertà, giustizia e responsabilità stiamo consegnando alle nuove generazioni.

Lo stesso interrogativo attraversa il mio commento al testo di Bottaccio: il punto non è fermare l’intelligenza artificiale; il punto è non fermare l’intelligenza umana nel suo movimento più profondo. E il movimento più profondo dell’intelligenza umana non è verso la perfezione meccanica, ma verso la maturazione relazionale, la coscienza, la libertà, la sapienza.

Dentro questo scenario si colloca anche una critica necessaria all’economia dell’attenzione e al conformismo algoritmico. I social network e le piattaforme digitali non si limitano a mostrarci il mondo. Tendono sempre più spesso a confezionare un mondo compatibile con noi, con le nostre preferenze, con i nostri automatismi, con le nostre paure, con le nostre rassicurazioni. In questo modo, mentre crediamo di espandere la libertà, rischiamo di restringere il campo dell’esperienza.

Dal punto di vista psicoanalitico, questo è decisivo. La crescita psichica avviene quando il soggetto incontra l’alterità, non quando vi si sottrae. Si matura quando si tollera la frustrazione, non quando la si anestetizza. Si diventa più umani quando si attraversa il conflitto, non quando ci si circonda soltanto di conferme. L’algoritmo, invece, può diventare il grande amministratore delle nostre conferme, il custode invisibile delle nostre ripetizioni, il dispositivo che ci rassicura mentre ci impoverisce.

È qui che la macchina può diventare complice di una fuga dalla domanda. Oggi, sempre più spesso, non cerchiamo di capire: cerchiamo di ottenere subito una formulazione pronta. Non abitiamo l’intervallo tra il dubbio e la parola: lo saltiamo. Non sostiamo nell’incertezza feconda: la deleghiamo. Eppure la vita psichica cresce proprio lì, in quello spazio intermedio in cui non sappiamo ancora, in cui stiamo cercando, in cui una verità non è ancora disponibile.

Naturalmente questa posizione non è tecnofoba. Sarebbe troppo facile rifugiarsi in una nostalgia anti-tecnologica o evocare scenari apocalittici. L’intelligenza artificiale può offrire aiuti enormi all’essere umano. Può sostenere la medicina, la diagnosi, la ricerca scientifica, la traduzione, l’accessibilità, la didattica, l’analisi di grandi quantità di dati, l’organizzazione del lavoro, la semplificazione di procedure complesse. Può favorire la creatività assistita, la personalizzazione di alcuni apprendimenti, il supporto a chi presenta difficoltà linguistiche o cognitive. Può rendere visibili connessioni che l’occhio umano, da solo, faticherebbe a cogliere con la stessa rapidità.

Negarlo sarebbe ottuso. Ma proprio perché la tecnologia è potente, serve una cornice etica e pedagogica robusta. L’intelligenza artificiale deve restare strumento, non criterio ultimo del vero, del bene, del giusto e del bello. Può aiutare a organizzare, ma non può decidere ciò che merita di essere amato. Può suggerire, ma non può sostituire il giudizio morale. Può assistere, ma non può assumere il peso della coscienza. Può produrre output, ma non può trasformare il sapere in sapienza.

In questo senso, il luogo in cui questa riflessione è stata proposta non è secondario. Palermo, e in particolare il Gesù di Casa Professa, non rappresentano soltanto uno sfondo monumentale. Quel luogo, come mostra Bottaccio, può essere letto come una pedagogia dell’interiorità. Non siamo davanti a un eccesso decorativo, ma a un itinerario formativo. Le figure, i putti, il leone, la conchiglia, la civetta, le lesene, le virtù, la salita verso l’alto, la Gerusalemme finale: tutto parla dell’umano come cammino, lotta, ascesa, discernimento.

È significativo che una riflessione sull’intelligenza artificiale non parta da un laboratorio hi-tech o da un campus tecnologico, ma da una chiesa barocca. In un momento storico in cui il dibattito sull’AI è spesso dominato da investimenti miliardari, benchmark, guerre geopolitiche per il controllo dei chip e competizione tra grandi piattaforme, il testo di Bottaccio e la prospettiva psicoanalitica e relazionale che ho provato a sviluppare introducono un altro sguardo: la vera sfida non è costruire macchine sempre più umane, ma evitare che l’uomo diventi sempre più simile alle macchine.

Il rischio più insidioso è la fascinazione tecnologica che l’essere umano potrebbe subire, fino a decidere di emulare la modalità computazionale artificiale. Ma su quel terreno l’uomo non ha alcuna reale competitività. Non saremo mai più veloci, più calcolanti, più performanti della macchina nel suo campo proprio. Il nostro compito non è imitare l’algoritmo. È semmai avvicinare l’algoritmo, per quanto possibile, alle proprietà neoteniche dell’umano: relazione, cura, apertura, responsabilità, attenzione al fragile, capacità di stare dentro la complessità del senso.

Qui la spiritualità ignaziana offre un contributo decisivo. Essa non educa semplicemente a sapere, ma a discernere. Non si limita a dire che cosa fare, ma forma soggetti capaci di scegliere. Aiuta a riconoscere ciò che in noi consola e ciò che desola, ciò che apre e ciò che chiude, ciò che umanizza e ciò che riduce. In un tempo in cui gli strumenti diventano sempre più intelligenti, abbiamo bisogno non di coscienze più passive, ma di coscienze più vigili.

La domanda finale, dunque, non riguarda soltanto il futuro della tecnologia. Riguarda il futuro della civiltà digitale. Se l’intelligenza artificiale sarà utilizzata per ampliare relazioni, conoscenza, accessibilità, giustizia sociale e bene comune, potrà rappresentare uno straordinario acceleratore umano. Se invece diventerà strumento di omologazione, delega della coscienza, colonizzazione dell’immaginario e indebolimento del giudizio, il rischio non sarà la vittoria delle macchine, ma la perdita dell’umano.

L’intelligenza artificiale può forse imitare sempre meglio alcune operazioni dell’intelligenza neotenica: certe forme linguistiche, certe inferenze, certe composizioni, certe prestazioni. Ma non per questo ne raggiunge il nucleo vivo. L’intelligenza neotenica non è soltanto capacità di elaborare. È capacità di nascere, dipendere, apprendere, essere feriti, ricordare affettivamente, simbolizzare, entrare in relazione, assumere responsabilità, amare, perdonare, ricominciare.

La macchina può imitare il nostro linguaggio. Noi non dobbiamo imitare la sua indifferenza. La macchina può aiutarci a pensare meglio. Noi non dobbiamo delegarle il compito di vivere al nostro posto. La macchina può ampliare le nostre possibilità operative. Noi non dobbiamo restringere, per questo, la nostra vocazione umana.

Per questo non uscirei da questa riflessione con una paura, ma con una responsabilità. Guardiamo all’intelligenza artificiale con apertura, intelligenza critica, coraggio e perfino gratitudine per ciò che può offrire. Ma continuiamo a guardare l’uomo con maggiore profondità. Perché è ancora nell’uomo, nel bambino che siamo stati, nella fragilità che ci costituisce, nella relazione che ci genera, nel desiderio che ci inquieta e nella coscienza che ci giudica, che si decide il futuro. Non il futuro delle macchine. Il futuro della civiltà.

L’autore: Giuseppe Mannino è docente alla Lumsa. Psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista. Ricercatore sui temi della soggettività, tempo, dinamiche relazionali, psicopatologia e psicologia della felicità.

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