Il genio della domanda Aladino, l’intelligenza artificiale e quella strana libertà di scegliere cosa chiedere

Parigi, primavera del 1709.

Antoine Galland ha un problema che un traduttore delle Mille e una notte non dovrebbe avere: le notti stanno finendo. Da alcuni anni l’orientalista francese lavora alla raccolta di racconti che stanno facendo impazzire l’Europa. Principesse, mercanti, sortilegi, viaggi, tradimenti. Il pubblico ne vuole ancora. Il manoscritto siriano sul quale Galland sta lavorando, infatti, a un certo punto si interrompe.

Le notti non sono mille e una. E la matematica, questa volta, rischia di rovinare la letteratura.

Ma inaspettatamente arriva Hanna Diyab. È un giovane cristiano maronita di Aleppo, ha attraversato il Mediterraneo insieme al viaggiatore e antiquario Paul Lucas, passando per città, porti, corti e frontiere. Conosce lingue diverse, ha visto Versailles, Luigi XIV, l’Europa osservata con gli occhi di chi viene da un altro mondo. E soprattutto conosce delle storie.

Nel marzo del 1709 Galland annota nel proprio diario un incontro con lui. Il 5 maggio scrive che Hanna Diyab ha terminato di raccontargli una storia: la storia della lampada. La lampada di Aladino.

Per secoli Diyab resterà quasi fuori dalla storia che aveva contribuito a consegnare all’Occidente. Il suo nome non comparirà nell’opera di Galland, nonostante i racconti da lui trasmessi costituiscano una parte importante degli ultimi volumi.

Poi, quasi trecento anni dopo nel 1993 il linguista Jérôme Lentin riconosce nella Biblioteca Vaticana un manoscritto catalogato come anonimo. Mancano le prime pagine. È il racconto autobiografico di Hanna Diyab. L’uomo che aveva regalato ad Aladino una storia recuperava finalmente la propria.

Disney successivamente prende questa materia narrativa secolare, la alleggerisce, la colora, le mette Robin Williams dentro e compie senza volerlo un esperimento filosofico perfetto. Aladdin e Jafar hanno davanti lo stesso Genio: stessi poteri, stesse regole, tre desideri. Cambia soltanto chi formula la domanda.

Aladdin vuole diventare principe. Jafar vuole il potere. Poi più potere. Poi ancora di più. Ed è qui che accade qualcosa di interessante. Jafar non viene sconfitto perché formula male grammaticalmente il suo ultimo desiderio diremmo oggi un problema di prompt engineering. Lo formula benissimo. Ma non ha interrogato il proprio desiderio prima di formularlo. Ha confuso due cose che gli esseri umani confondono da parecchio tempo: poter chiedere e sapere che cosa chiedere.

E ora arriviamo noi. Non abbiamo lampade sulle scrivanie, ma una casella bianca e un cursore che lampeggia.

Scrivi un prompt.

È curioso che una delle tecnologie più sofisticate mai costruite ci abbia riportato a uno dei gesti più antichi della specie umana: fare una domanda. Discutiamo continuamente delle risposte dell’intelligenza artificiale. Sono corrette? Sono creative? Sono vere? Ci sostituiranno? Scriveranno meglio di noi? Dipingeranno meglio di noi? Penseranno meglio di noi? È possibile che, ossessionati dalla qualità delle risposte, abbiamo trascurato il luogo nel quale tutto ha inizio.

La domanda.

Socrate probabilmente si sarebbe divertito. Passava le giornate ad Atene facendo qualcosa che oggi avrebbe pessime metriche di engagement: invece di offrire risposte, complicava le domande. Interrogava uomini certissimi di sapere fino a portarli in quel luogo scomodissimo nel quale ci si accorge che la risposta più onesta potrebbe essere: non lo so.

La buona domanda, per Socrate, non serviva a raggiungere più rapidamente una risposta. Serviva a impedire una risposta troppo facile. Non è una differenza da poco nell’epoca in cui possiamo ottenere una risposta in pochi secondi, perché l’intelligenza artificiale sta comprimendo proprio lo spazio che separa l’intenzione dal risultato. Un tempo tra il desiderio e la sua realizzazione abitavano il mestiere, il tempo, la fatica, l’apprendimento, qualche fallimento e spesso parecchie imprecazioni. Ora, sempre più spesso, tra i due c’è una frase.

Non è una tragedia. È una conquista straordinaria. Ma ogni conquista tecnologica porta con sé una vecchia domanda travestita da nuova: se posso fare molto di più, come scelgo cosa fare?

Qui la lampada torna utile. Il Genio non è buono. Non è cattivo. Esegue. Ma il problema morale della storia non è mai stato il Genio. È sempre stato l’uomo che tiene la lampada.

Nel 1486 Giovanni Pico della Mirandola immaginò la dignità dell’uomo a partire da una condizione singolare: quella di una creatura non consegnata una volta per tutte a una forma prestabilita, chiamata a partecipare alla costruzione di ciò che sarebbe diventata.

Ridurre Pico a un moderno teorico del libero arbitrio sarebbe una forzatura. Il suo pensiero appartiene a un universo religioso, filosofico e mistico assai più complesso. Ma l’intuizione che attraverserà la tradizione umanistica rimane folgorante: l’uomo è anche ciò che sceglie di diventare.

Ed è qui che una parola molto amata dalla tecnologia può forse essere restituita, per un momento, all’uomo. Da anni sentiamo parlare di singolarità tecnologica, il punto ipotetico nel quale lo sviluppo dell’intelligenza artificiale produrrebbe una discontinuità radicale, qualcosa oltre cui il nostro modo attuale di immaginare il rapporto fra uomo e macchina non basterebbe più.

Forse, però, accanto alla singolarità tecnologica dovremmo cominciare a parlare di una singolarità umanistica.

Non la superiorità muscolare dell’uomo sulla macchina, non la rassicurante promessa che l’uomo sarà sempre più intelligente e neppure quella ricerca un po’ ansiosa di un’ultima fortezza nella quale rifugiarsi proclamando: questo l’intelligenza artificiale non saprà mai farlo. È una difesa fragile. Ogni mese rischia di perdere un bastione.

Molto più interessante è cercare la singolarità umana altrove, un passo prima della risposta.

La singolarità dell’uomo consiste nell’assumersi la responsabilità della domanda.

Una macchina può produrre una risposta. Può suggerirne cento. Può persino suggerirci la domanda successiva. Ma resta un luogo nel quale l’essere umano è chiamato a prendere posizione: che cosa cercare, quale problema porre, quale obiettivo perseguire, quale limite riconoscere, quale risposta accettare e quale, invece, decidere di rifiutare.

Non occorre trasformare il libero arbitrio in una certezza filosofica che non è. Da millenni discutiamo perfino della sua esistenza. Possiamo dire qualcosa di meno assoluto e, forse, di molto più importante: la tradizione umanistica ha fatto della capacità di scegliere, di interrogarsi sulle ragioni della propria scelta e di assumersene la responsabilità uno dei luoghi fondamentali della dignità dell’uomo.

È questa la singolarità che vale la pena difendere. Non perché ci garantisca di essere migliori delle macchine, ma perché ci impedisce di consegnare alle macchine la responsabilità di ciò che abbiamo deciso di diventare.

Nel maggio di quest’anno Leone XIV ha scritto nella Magnifica Humanitas che deve essere l’intelligenza umana, «con la sua coscienza e la sua libertà», a guidare l’innovazione tecnica e a stabilirne responsabilmente uso e limiti.

Non è una posizione contro la tecnologia. È molto più impegnativa, perché significa che una tecnologia sempre più potente non diminuisce la responsabilità dell’uomo. La aumenta.

Qualche giorno fa, il 25 settembre a Parigi, Leone XIV è tornato sullo stesso punto parlando di discernimento e del rischio, evocato attraverso Bernanos, di un “paradiso delle macchine”.

Discernimento è una parola quasi fuori moda, eppure sembra inventata per l’epoca dei prompt. Significa introdurre uno spazio tra ciò che posso fare e ciò che scelgo di fare. Uno spazio piccolo, a volte di pochi secondi, e forse proprio per questo uno degli spazi più preziosi che ci restano.

Nb: Alla fine del film Disney, Aladdin ha ancora un desiderio. Potrebbe usarlo per sé. Non lo fa: libera il Genio. È un finale molto meno infantile di quanto ricordassimo, perché il gesto decisivo non è ottenere. È rinunciare. Aladdin scopre che essere liberi non significa poter chiedere tutto. Significa poter scegliere che cosa non chiedere. Forse Hanna Diyab portava con sé anche questo, attraversando il Mediterraneo all’inizio del Settecento, senza poter immaginare dove sarebbe arrivata la sua storia: una domanda nascosta dentro una lampada che avrebbe impiegato trecento anni per raggiungerci.

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