Al Mezzogiorno che perde capitale umano serve un cambio di paradigma
News - 03/07/2026
di Pietro Navarra
Tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso 441.000 giovani. Non sono partiti e tornati: sono andati via, e non sono più rientrati. Il dato, calcolato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro al netto dei rientri, fotografa un Paese che negli ultimi tredici anni ha visto 630.000 ragazzi tra i 18 e i 34 anni lasciare i confini nazionali. Non è più un’emergenza: è diventato un tratto strutturale della demografia italiana.
A pagarne il prezzo, per primo, è il tessuto imprenditoriale. Uno studio pubblicato nel 2023 sull’American Economic Journal: Applied Economics, firmato da un gruppo di economisti italiani, ha misurato l’effetto diretto: un aumento dell’1,7% nell’emigrazione dalla popolazione in età lavorativa di un comune si traduce in un calo del 4,8% nella nascita di nuove imprese. Non è solo una questione di numeri. Chi parte, spiegano i ricercatori, porta con sé proprio le caratteristiche che servono per fare impresa: istruzione alta, giovane età, propensione al rischio. Restano gli altri. Ed è una selezione che impoverisce chi rimane, senza nemmeno il beneficio compensativo che ci si aspetterebbe: lo studio dimostra che l’emigrazione non ha portato né più occupazione né salari più alti per i residenti, mentre la domanda di lavoro è complessivamente diminuita.
Se si guarda alla mappa dell’Italia, la frattura è netta. Un’elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati Istat raccolti tra il 2019 e il 2026 mostra che le contrazioni più forti della popolazione tra 18 e 35 anni si concentrano nel Mezzogiorno, con punte superiori al 12% in diverse aree del Sud. E non si tratta solo di quantità, ma di qualità: secondo lo Svimez, oggi circa il 60% dei giovani che si spostano è laureato, contro meno del 20% di inizio anni Duemila. Chi parte, oggi, è sempre più spesso chi il territorio avrebbe più bisogno di trattenere.
La Sicilia è tra le regioni più esposte a questa emorragia: la popolazione tra i 18 e i 35 anni è calata del 9,6%.
Il CNEL ha provato a mettere un prezzo a tutto questo. Nel periodo 2011-2024, la perdita economica nazionale legata al capitale umano fuoriuscito dall’Italia ammonta a circa 160 miliardi di euro. Ma il salasso comincia prima ancora di attraversare i confini: il Mezzogiorno, secondo la stima, “sussidia” il Centro-Nord con 148 miliardi di euro in capitale umano, perché molti giovani si trasferiscono lì prima di un’eventuale partenza definitiva verso l’estero. Alla sola Sicilia, la stima attribuisce una perdita di oltre 16 miliardi di euro.
Numeri che si riflettono anche nell’umore di chi resta. Un’indagine promossa da “Ora! Sicilia” su un campione di 1.150 giovani tra i 18 e i 40 anni restituisce un quadro cupo: il 73% ritiene che la situazione non cambierà, l’81% non si aspetta miglioramenti nel prossimo decennio.
Nel corso degli anni, i governi hanno provato a correre ai ripari, soprattutto nel Mezzogiorno: sgravi fiscali, finanziamenti a fondo perduto per chi rientra, incentivi per chi è tentato di partire. Misure numerose, spesso corpose nelle risorse stanziate. Ma altrettanto imponente, a guardare i risultati, è il loro fallimento: i giovani continuano ad andarsene dal Sud, e ancora più raramente sono i giovani qualificati del Centro-Nord o dall’estero a scegliere il Mezzogiorno come nuova casa.
Il problema, secondo chi studia il fenomeno, è che questi strumenti non intaccano le cause reali della fuga. Le indagini sono concordi da anni: si parte soprattutto per mancanza di prospettive di carriera e di un’occupazione adeguata. E se le condizioni di base restano immutate, nessun bonus può creare da solo posti di lavoro stabili, né offrire percorsi di crescita professionale.
L’esempio più eloquente arriva dalla misura fiscale più generosa mai introdotta su scala nazionale per i lavoratori impatriati: taglio del 50% delle tasse sul reddito da lavoro dipendente o autonomo per cinque anni, che sale al 60% per chi ha figli a carico. Uno strumento che funziona – ma non dove servirebbe di più. I rientri si concentrano nelle regioni economicamente più forti: la Lombardia guida la classifica, trainata da Milano come hub finanziario e delle multinazionali; segue il Lazio, con Roma come principale polo di attrazione; a completare il quadro, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, sorretti da un tessuto industriale e manifatturiero solido. Nel Mezzogiorno, dove pure non mancano misure aggiuntive di vantaggio fiscale e/o di finanziamenti a fondo perduto, i numeri assoluti dei lavoratori rientrati restano di gran lunga inferiori a quelli del Nord.
La conclusione, per chi analizza questi dati, è netta: le politiche adottate hanno fallito perché agiscono sul lato sbagliato del problema: gli incentivi finora usati agiscono sul lato “offerta” (convincere il singolo giovane a restare o tornare) mentre il problema è dal lato “domanda” (mancano i posti di lavoro qualificati da occupare). Non a caso, come argomentato sopra, la riduzione delle tasse per i lavoratori impatriati premia soprattutto Lombardia, Lazio e le regioni del Nord, dove il tessuto produttivo già esiste, non il Sud, dove esso manca.
La strada giusta è, quindi, spostare il baricentro della policy dal lato dell’offerta al lato della domanda. Come fare? Creare un contesto economico e sociale capace di attrarre investimenti produttivi che, a loro volta, genereranno posti di lavoro stabili e qualificati che daranno prospettive di lavoro e crescita professionale ai giovani, quelli che non sono ancora fuggiti altrove e per quelli che potrebbero tornare. I giovani, infatti, non partono per mancanza di sconti fiscali, partono per mancanza di lavoro. E sono le imprese a offrire opportunità di lavoro qualificate e di lungo periodo ai giovani e non i governi regionali e/o locali. Questi ultimi, invece dei bonus e/o finanziamenti a pioggia, devono concentrarsi a costruire le condizioni strutturali affinché si possa trovare anche nel Mezzogiorno un’ambiente economico e sociale idoneo alla nascita e alla crescita di realtà imprenditoriali. Servono, quindi, misure di contesto che rendano attrattivo un territorio a chi crea ricchezza e posti di lavoro: politiche di filiera concentrate su pochi settori invece di incentivi generalizzati; stabilità normativa pluriennale che dia certezza alle imprese; investimenti in infrastrutture e servizi collettivi; rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, riduzione dei costi normativi all’esercizio della capacità di impresa; investimento in tecnologia e capitale umano.
È certamente un cambio di paradigma più lento, meno immediato di un bonus fiscale. Ma è l’unica strada percorribile per lo sviluppo del Mezzogiorno – dopo troppe occasioni mancate e troppe risorse sprecate.
L’autore: Pietro Navarra è professore ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Messina, già rettore dell’Ateneo ed ex deputato della Repubblica. I suoi interessi riguardano economia pubblica, istituzioni, scelte collettive e rapporto tra democrazia, mercato e benessere.
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