Sicilia, paradosso mediterraneo: cosa dice la teoria di Acemoglu e Robinson sugli investimenti
News - 10/07/2026
di Pietro Navarra
In un recente saggio, svolto in collaborazione con altri due colleghi economisti, abbiamo preso spunto dalla teoria istituzionale di Daron Acemoglu e James Robinson (insigniti del premio Nobel nel 2024) per dimostrare che l’attrazione di investimenti diretti dall’estero (IDE), uno dei più potenti motori di crescita economica, sia determinato dai meccanismi che regolano le decisioni dei governi in carica. Questi meccanismi di scelta si differenziano, a seconda del regime politico in essere in ciascuno dei paesi presi in considerazione nello studio.
Sebbene l’analisi verta su 144 diversi paesi in un arco temporale che comprende il periodo 1990-2018, i risultati raggiunti nel nostro lavoro ci conducono a fare qualche riflessione che riguarda l’Italia, la Sicilia e le loro prospettive di crescita. Prima di entrare, però, nell’argomento, è bene riassumere brevemente i contenuti del nostro saggio.
L’analisi empirica che abbiamo condotto rivela che sia i regimi autoritari che le democrazie consolidate caratterizzate da un’elevata competizione politica si distinguono per la capacità di attrarre i più alti livelli di IDE. Diversamente, regimi autoritari deboli e/o democrazie instabili sono associate a bassi livelli di IDE. Esiste quindi una relazione a forma di U tra il livello di competizione politica in un dato paese e la sua capacità di attrarre flussi in entrata di IDE (vedi Figura). Nei paesi in cui la competizione politica è intensa e il margine di vittoria è ridotto, il governo in carica affronta la minaccia costante di essere estromesso dal potere. In questo contesto, consistenti afflussi di IDE creano posti di lavoro e alimentano la crescita. Da qui nasce il maggiore interesse a promuovere politiche favorevoli agli IDE per assicurare la rielezione al governo in carica. All’estremo opposto, sistemi autoritari consolidati affrontano poche o nessuna minaccia interna di perdita del potere. L’élite al potere, poiché è fiduciosa nella propria permanenza di lungo periodo, incoraggia gli IDE come fonte di arricchimento personale e di consolidamento del regime.

Il punto più basso della curva a U si manifesta in due scenari specifici. Il primo caso è rappresentato dalle democrazie instabili dove la sopravvivenza del governo in carica è percepita come precaria e soggetta alle incertezze di maggioranze frammentate, spesso legate da opportunismi elettorali piuttosto che da una comune visione politica. Il secondo caso è quello dei sistemi autoritari deboli o in transizione dove chi governa teme un imminente rovesciamento. In entrambi i casi, l’orizzonte temporale atteso dei governi in carica è breve e, pertanto, sono pochi gli incentivi a dare priorità a una crescita trainata dagli IDE.
Sebbene gli IDE generino sviluppo, essi sono spesso associati a un aumento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Tuttavia, mentre un autocrate può ignorare l’ampliarsi del divario tra ricchi e poveri per perseguire rendite trainate dalla crescita associata agli IDE, un leader democratico che adottasse la stessa strategia potrebbe invece subire una sorta di “tassa sulla disuguaglianza” alle urne. Ciò evidenzia la necessità di valutare gli IDE non solo come variabile economica, ma anche come variabile sociale, capace di destabilizzare un regime qualora i benefici non siano ampiamente diffusi nella collettività.
In che modo questi risultati possono aiutarci a comprendere il caso italiano e siciliano, e quali sono le implicazioni di politica economica che ne possiamo trarre?
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha avuto 69 governi, con una media di uno ogni 1,11 anni. Più di recente, negli ultimi 30 anni si sono succeduti 14 presidenti del Consiglio e 19 governi diversi. Con ogni evidenza siamo, quindi, di fronte al caso di un sistema democratico instabile in cui l’impulso politico verso azioni visibili, spesso attuato attraverso una sovraproduzione legislativa, prevale sull’implementazione attenta di scelte di politica economica che si caratterizzano per continuità strategica. Il sistema partitico storicamente frammentato e il frequente avvicendamento dei governi creano un paradosso: i governi in carica non si sentono né abbastanza sicuri da adottare una visione di lungo periodo, né abbastanza minacciati da usare gli IDE in modo aggressivo come strumento elettorale.
La Sicilia rappresenta, all’interno di questo quadro già critico, un caso ancora più acuto delle stesse patologie istituzionali. Dal 1947 ad oggi, la Regione Siciliana ha avuto oltre 70 governi regionali, con una instabilità esecutiva che, se possibile, supera quella nazionale. La frammentazione partitica, l’elevata volatilità elettorale e la frequente dipendenza da maggioranze eterogenee hanno prodotto lo stesso paradosso descritto a livello nazionale – amplificato dalle specificità del contesto locale. Il risultato è un orizzonte temporale di governo strutturalmente breve, che scoraggia qualsiasi impegno programmatico di medio-lungo periodo, inclusa una strategia organica di attrazione degli IDE.
Eppure la Sicilia dispone di una dotazione di risorse straordinaria: posizione geografica al centro del Mediterraneo, patrimonio culturale e paesaggistico di rango mondiale, potenziale nelle energie rinnovabili – in particolare nel solare e nell’eolico offshore – e una crescente attrattività nel settore turistico. Si tratta di assets che, in presenza di un contesto istituzionale stabile e credibile, potrebbero attrarre flussi significativi di IDE nei settori del turismo di qualità, delle infrastrutture energetiche, dell’agroalimentare di eccellenza e della logistica portuale. Il porto di Augusta, ad esempio, è uno degli scali più profondi del Mediterraneo e rappresenta una infrastruttura strategica di primissimo piano per i flussi commerciali tra Europa, Africa e Asia. Tuttavia, questi potenziali vantaggi competitivi rimangono largamente inespressi, in parte a causa della stessa instabilità politica che il nostro studio identifica come il principale fattore depressivo degli IDE.
Anche la dimensione della disuguaglianza assume in Sicilia una connotazione peculiare e politicamente rilevante. Il divario di PIL pro capite tra il Nord e il Sud Italia – con le regioni meridionali che si attestano a circa la metà della media settentrionale – si riproduce, con analoga intensità, all’interno della stessa Sicilia, dove le aree metropolitane di Palermo e Catania concentrano risorse, opportunità e infrastrutture in misura sproporzionata rispetto alle aree interne e rurali. In questo contesto, qualsiasi governo regionale che promuovesse apertamente gli IDE senza un meccanismo redistributivo esplicito rischierebbe di amplificare i divari territoriali interni, trasformando gli investimenti esteri in una fonte di conflitto politico piuttosto che di coesione sociale. Il rischio è che gli IDE, attratti prevalentemente dalle aree costiere e dai poli urbani più dinamici, alimentino il risentimento delle comunità interne, storicamente marginalizzate e politicamente reattive.
A ciò si aggiunge un ulteriore fattore che il nostro studio non coglie direttamente, ma che è di cruciale rilevanza per il caso siciliano: la presenza pervasiva di organizzazioni criminali di stampo mafioso. La criminalità organizzata costituisce un deterrente strutturale per gli investitori esteri, non soltanto per i rischi diretti che impone in termini di estorsione e illegalità, ma soprattutto per l’effetto reputazionale che esercita sul territorio nel suo complesso. Un investitore internazionale che valuti la Sicilia come destinazione per i propri capitali deve confrontarsi con percezioni di rischio che vanno ben oltre quelle legate alla sola instabilità politica. In questo senso, il rafforzamento dello Stato di diritto e la lotta alla criminalità organizzata non sono soltanto obiettivi di giustizia sociale, ma condizioni preliminari e imprescindibili per qualsiasi strategia credibile di attrazione degli IDE.
Infine, le ben note debolezze istituzionali dell’Italia – lentezza della giustizia, complessità burocratica, percezione della corruzione – si presentano in Sicilia in forme particolarmente accentuate. I tempi della giustizia civile nelle sedi giudiziarie siciliane sono tra i più lunghi d’Italia; la burocrazia regionale è percepita dagli operatori economici come uno degli ostacoli più gravosi all’avvio di nuove attività; e la capacità di spesa dei fondi europei strutturali è storicamente tra le più basse d’Italia, segnalando una carenza profonda di capacità amministrativa e progettuale.
Nell’ottica dei risultati raggiunti nel nostro saggio, il messaggio per la Sicilia è ancora più urgente di quello che possiamo indirizzare all’Italia nel suo complesso: la via degli incentivi fiscali e/o della deregolamentazione per attrarre gli IDE potrebbe essere ampiamente insufficiente senza promuovere una riforma istituzionale profonda, capace di rafforzare la durata e la responsabilità dei governi regionali, di ridurre la complessità burocratica, di migliorare l’efficienza della giustizia civile e di costruire una strategia territoriale di sviluppo che distribuisca i benefici degli investimenti in modo sufficientemente diffuso da renderli politicamente sostenibili. Aumentare l’orizzonte temporale della sopravvivenza dei governi e renderlo più visibilmente dipendente da risultati economici misurabili — occupazione, modernizzazione, produttività, riduzione dei divari territoriali interni — aumenterebbe in modo organico l’incentivo ad attrarre e sostenere gli IDE e aprirebbe alla Sicilia prospettive concrete di progresso economico e sociale, restituendo finalmente a questa straordinaria terra il ruolo di crocevia dinamico del Mediterraneo che la sua storia e la sua posizione geografica le assegnano di diritto.
L’autore: Pietro Navarra è professore ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Messina, già rettore dell’Ateneo ed ex deputato della Repubblica. I suoi interessi riguardano economia pubblica, istituzioni, scelte collettive e rapporto tra democrazia, mercato e benessere.
Fonti:
- Maimone Ansaldo Patti, D., Mudambi, R. & Navarra, P. (2026). Do political systems affect economic outcomes? The geography of inward FDI and its relationships with growth and inequality. Journal of International Business Studies, 57(1): https://doi.org/10.1057/s41267-026-00849-8
- Maimone Ansaldo Patti, D., Mudambi, R. & Navarra, P. (2026). How does a country’s political system affect its incentives to attract foreign investments? LSE Business Review, April 29.
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