TEDx Politeama, prima del palco: 6 voci per raccontare l’anima umana dell’AI

Cosa ci rende ancora umani, mentre le macchine imparano a scrivere, creare, decidere e perfino simulare emozioni? È attorno a questa domanda – urgente, inevitabile e, probabilmente, anche un po’ scomoda – che si è acceso il palco di TEDxPoliteama, ospitato negli spazi di Magnisi, a Palermo. Tema dell’edizione: The Age of AI. Più che un titolo, una lente attraverso cui osservare il presente e guardare al futuro.

Sei speaker, sei prospettive diverse, un’unica tensione di fondo: capire dove finisce l’algoritmo e dove comincia l’umano. Tra accademia, impresa, istituzioni internazionali e comicità, il confronto ha preso forma non come esercizio teorico, ma come racconto concreto di un cambiamento già in atto.

Innovation Island, media partner dell’evento, ha raccolto le voci dei protagonisti in una serie di interviste che restituiscono il “fuori scena” del TEDx: uno spazio più intimo, dove emergono dubbi, visioni e contraddizioni. Da queste conversazioni affiora una mappa comune, fatta di parole chiave precise: errore, empatia, corpo, relazione, responsabilità.

Il “diritto” di sbagliare

Per Simone Arcagni – Professore IULM, autore, curatore e divulgatore – il punto è radicale: l’intelligenza artificiale non sostituisce l’umano, perché non è umana. Simula. E la vera domanda, dunque, riguarda noi: quanto siamo disposti a riconoscere l’umanità dentro quelle simulazioni?

Simone Arcagni

Arcagni lancia anche un monito culturale: l’automazione creativa rischia di abbassare la nostra soglia critica, abituandoci alla mediocrità. L’AI può essere un alleato della creatività, dice, ma non può diventarne il pilota.

Su un registro sicuramente diverso, ma sorprendentemente convergente, Claudio Casisa ribalta tutto con una battuta che è anche una tesi: forse ciò che ci salverà sarà il diritto di sbagliare.

Claudio Casisa

Per il comico e attore palermitano, la fallibilità è il tratto più autentico della condizione umana. L’errore non è un bug: è identità. E, proprio perché oggi usa regolarmente ChatGPT per scrivere battute, una cosa gli è chiara: l’ironia continua a sfuggire agli algoritmi. Forse, suggerisce, nel futuro riconosceremo gli esseri umani proprio da chi riesce ancora a farci ridere.

Quello che una macchina non sente

Se Arcagni e Casisa difendono il valore dell’imperfezione, Mariagrazia Squicciarini, alla guida delle ricerche UNESCO per il settore scienze sociali e umane, sposta il baricentro su un altro terreno: quello sensoriale. I grandi modelli linguistici imparano dal linguaggio, ma non hanno odore, gusto, pelle, sguardo. Non percepiscono la complessità emotiva di una stanza, né il peso di un silenzio.

Mariagrazia Squicciarini

Ed è qui che nasce, secondo Squicciarini, la responsabilità più concreta: costruire un’intelligenza artificiale che sia davvero etica. Non come principio astratto, ma come pratica quotidiana: dataset rappresentativi, tutela della privacy, sostenibilità energetica, pluralità culturale nei team di ricerca. Le regole ci sono – dall’UNESCO, già dal 2021 – ma adesso serve il coraggio di applicarle.

Il corpo come ultima frontiera

Per Valentina Rossi – Digital Innovation Associate @PwC – che lavora sull’integrazione dell’AI nelle organizzazioni complesse, il discrimine passa dal corpo. L’esperienza incarnata – abitare il mondo, toccarlo, attraversarlo – è ciò che abilita tutto il resto: emozioni, intuizione, originalità.

Valentina Rossi

L’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non conosce ancora la fisicità dell’esperienza. E senza esperienza, sostiene Rossi, non esiste vera comprensione. Da qui il suo invito: progettare sistemi che non sostituiscano l’uomo, ma ne amplifichino le capacità cognitive, soprattutto guardando alle nuove generazioni.

Le soft skill sono le nuove hard skill

Se il lavoro diventa sempre più automatizzato, allora il paradosso è inevitabile: ciò che prima sembrava “secondario” diventa centrale. È il punto di vista di Lorenzo Ait, imprenditore e divulgatore, che vede nella relazione, nella presenza e nell’empatia il vero capitale umano del futuro.

Lorenzo Ait

“Le soft skill sono diventate le nuove competenze forti”, osserva. Ma Ait lancia anche un allarme decisivo: l’AI produce risposte verosimili. E proprio per questo pericolose. Perché la realtà non sempre è lineare, ordinata, coerente. Il rischio non è essere sommersi da bugie, ma da rumore.

E l’unico antidoto resta il pensiero critico.

L’intelligenza come commodity

Sul versante dell’impresa, Giuliano Messina, imprenditore digitale e business angel, fotografa un passaggio che molti stanno già vivendo: l’intelligenza, intesa come capacità esecutiva, sta diventando una commodity. Se tutti possono accedere agli stessi strumenti, il vantaggio competitivo si sposta altrove. Dove? Nell’iniziativa. Nella capacità di guidare la macchina invece di limitarsi a usarla.

Giuliano Messina

Anche il mondo del recruiting, racconta, è già cambiato: non conta più quanto velocemente scrivi codice, ma quanto capisci davvero quello che stai costruendo. Ed è forse questa la nuova alfabetizzazione del lavoro.

Più domande che risposte

Le sei interviste raccolte da Innovation Island non vogliono consegnare una sintesi definitiva – ed è proprio questo il loro valore. Tra chi difende l’errore come spazio di libertà, chi rivendica il corpo come luogo della coscienza, chi vede nell’empatia il nuovo motore del lavoro e chi richiama alla responsabilità politica e sociale, emerge una certezza condivisa: l’intelligenza artificiale non è un destino. È un territorio aperto.

E la forma che prenderà dipenderà dalle scelte – culturali, etiche, economiche – che avremo il coraggio di fare adesso.

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