Rapporto Italian Maritime Economy: il Mediterraneo torna cuore del commercio globale
Economia del mare - 10/07/2026
di Redazione
Hormuz, Suez, Mar Rosso. Tre nomi che fino a pochi anni fa evocavano soprattutto geografia scolastica, e che oggi sono diventati la bussola con cui si legge l’economia mondiale. Il tredicesimo Rapporto Annuale “Italian Maritime Economy”, presentato da SRM (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo), racconta un mare in piena trasformazione: attraversato da crisi geopolitiche che riscrivono le rotte, ma anche capace di generare nuovi equilibri, nuove alleanze commerciali e, per l’Italia, nuove opportunità.
Il titolo scelto per l’edizione di quest’anno – Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale – non è casuale. Racconta un mondo in cui i chokepoint, i punti di strozzatura del commercio globale, sono tornati protagonisti assoluti.
Quando uno stretto ferma il mondo
Dallo Stretto di Hormuz transitava, prima della crisi, il 37% del commercio mondiale di greggio, insieme a quote rilevanti di GPL, GNL, prodotti raffinati e chimici. La sua quasi chiusura ha coinvolto volumi pari al 10% della produzione mondiale di petrolio e al 5% di quella di gas, coinvolgendo l’1,4% della flotta container globale. Il risultato è stato immediato: più costi energetici, più premi assicurativi, più noli marittimi.
Le compagnie di navigazione non sono rimaste a guardare. Deviazioni di rotta, transhipment, soluzioni intermodali mare-strada messe in campo da grandi carrier come MSC e CMA CGM: il sistema logistico globale ha dimostrato, ancora una volta, una capacità di adattamento sorprendente.
Un mondo che si riorganizza, non si ferma
Il commercio marittimo mondiale non arretra: si ridisegna. Nel 2025 le importazioni statunitensi dalla Cina sono scese del 30%, mentre quelle dai Paesi ASEAN sono salite del 29%, spostando produzione e flussi verso Vietnam, Thailandia e Cambogia. Pechino, dal canto suo, ha compensato guardando altrove: export in crescita del 25,8% verso l’Africa e del 13,4% verso il Sud-Est asiatico.
In questo scenario di decoupling e regionalizzazione, prende sempre più corpo il corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), che punta a collegare India, Penisola Arabica ed Europa intercettando flussi commerciali stimati intorno ai 170 miliardi di euro. Intanto il settore container prosegue la sua corsa alla concentrazione: nel 2026 Hapag-Lloyd ha annunciato l’acquisizione di ZIM per circa 4,2 miliardi di dollari, mentre quattro grandi alleanze – Ocean Alliance, Gemini Cooperation, Premier Alliance e MSC – controllano ormai oltre l’84% della capacità mondiale.
Il Mediterraneo, piattaforma che non arretra
Ed è qui che la storia si fa interessante per chi guarda al nostro mare da vicino. Nonostante le tensioni geopolitiche e il ridotto utilizzo di Suez, il Mediterraneo rafforza il proprio ruolo strategico: nel 2025 i principali porti container dell’area hanno superato i 72 milioni di TEU, con una crescita del 5,9%. Lo spazio Euro-Mediterraneo pesa ormai per circa il 31% del commercio mondiale, un valore vicino ai 7.600 miliardi di dollari.
Tanger Med si conferma il porto container più performante dell’area, con 11,1 milioni di TEU movimentati nel 2025 e una crescita del 18,8%. E le previsioni al 2030 parlano chiaro: +15% di traffico container mediterraneo nel prossimo quinquennio, un tasso di crescita superiore alla media mondiale.
L’Italia, potenza silenziosa dell’export
Dentro questo quadro, l’Italia gioca una partita che spesso sfugge al racconto pubblico. Il commercio estero italiano ha superato nel 2025 i 1.235 miliardi di euro (+3,2%), con un export di 643 miliardi che vale il settimo posto al mondo per valore delle esportazioni. Il trasporto marittimo pesa per il 25% di questo scambio in valore e addirittura per il 49% in quantità: un quarto della ricchezza che entra ed esce dal Paese viaggia sull’acqua.
I porti italiani, gestiti dalle Autorità di Sistema Portuale, hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci (+3,5%), con container a quota 132 milioni di tonnellate e Ro-Ro a 122 milioni: tutti i principali segmenti in crescita. Il traffico container ha toccato i 12,8 milioni di TEU (+7,1%), trainato soprattutto dal transhipment, salito del 13,3%. Nello Short Sea Shipping l’Italia resta prima in Europa, con 304 milioni di tonnellate movimentate e una quota di mercato del 15,6%.
A completare il quadro, la Blue Economy italiana genera 76,6 miliardi di euro di valore aggiunto e dà lavoro a oltre un milione di persone: un motore economico che troppo spesso resta sottotraccia rispetto ad altri settori più raccontati.
La sfida dei prossimi anni: connettere, non solo movimentare
Se c’è un messaggio che attraversa l’intero Rapporto, è questo: non basta più far arrivare più merci nei porti. Bisogna connetterli meglio – con le reti ferroviarie, con le aree produttive, con i mercati internazionali. Gli oltre 13 miliardi di euro di investimenti programmati in Italia su ultimo miglio, digitalizzazione e accessibilità marittima vanno esattamente in questa direzione, insieme agli incentivi rafforzati per l’intermodalità ferro-mare (Sea Modal Shift e Ferrobonus) per il periodo 2023-2028.
Non mancano, però, le esposizioni da monitorare. I porti dell’Adriatico e del Nord-Est restano più sensibili agli sviluppi del Mar Nero, mentre gli scali più integrati nelle catene transatlantiche risentono delle politiche commerciali statunitensi. E poi c’è l’energia: il 21% delle importazioni marittime italiane di petrolio e gas transita ancora attraverso lo Stretto di Hormuz, un dato che dice molto sulla necessità di diversificare rotte e fonti di approvvigionamento. Non a caso, gli scambi marittimi tra Italia e Paesi del Golfo hanno raggiunto nel 2025 un valore di circa 21 miliardi di euro, con un export verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita cresciuto di oltre il 50% nell’ultimo triennio.
Un mare che racconta il mondo
Come ha sottolineato Massimo Deandreis, Direttore Generale di SRM, il mare è diventato “un indicatore sempre più sensibile degli equilibri economici globali”. E per un Paese come l’Italia, grande manifatturiero ed esportatore, porti e logistica non sono semplici infrastrutture di passaggio: sono, sempre più, il terreno su cui si gioca la competitività del sistema produttivo nazionale.
Il Rapporto, presentato a Napoli con gli interventi di Gian Maria Gros-Pietro (Presidente Intesa Sanpaolo), Marta Dassù (Aspenia), e i contributi di ospiti come l’Ammiraglio Aurelio De Carolis e il CEO di Grimaldi Group Emanuele Grimaldi, conferma insomma una tendenza di fondo: il Mediterraneo, lungi dall’essere marginalizzato dalle crisi geopolitiche, si ritaglia uno spazio sempre più centrale nella nuova geografia del commercio mondiale. E l’Italia, con i suoi porti, ha tutte le carte per starci dentro da protagonista.
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