Team ibridi, responsabilità condivisa: chi risponde quando un agente AI sbaglia
News - 04/08/2026
di Luisa Cassarà
Definire il proprio ruolo professionale è diventata, per Silvio Romano, quasi una sfida: quello che oggi si chiama Data Automation Scientist, tra qualche mese potrebbe già avere un altro nome. Romano lavora in Nexum-AI (azienda che offre servizi di intelligenza artificiale, cloud e cybersecurity) come AI & Data Automation Manager e descrive il cambiamento in corso come una vera rivoluzione, capace di rendere obsoleta una job description nel giro di un trimestre.
È da questa premessa che parte l’intervista raccolta in occasione di Coderful 2026.
Misurare anche il contributo umano verso la macchina
Alla domanda su cosa dovremmo davvero misurare quando introduciamo agenti AI in un processo aziendale – produttività, qualità, autonomia, errori evitati, serenità delle persone – Romano propone di ribaltare la prospettiva più comune. Siamo abituati, spiega, a misurare i risultati che la macchina restituisce all’essere umano; dovremmo cominciare a misurare anche il contributo che l’essere umano offre alla macchina. Un cambio di prospettiva che, secondo Romano, può generare nuove metriche, utili non solo a raccontare la rivoluzione in corso, ma anche a collegarla a obiettivi di business concreti.
La responsabilità nei team ibridi non ha ancora una risposta definitiva
Quando in un processo lavorano insieme persone e agenti AI, la domanda su chi risponda se qualcosa va storto diventa cruciale. Romano è netto nel riconoscere i limiti del momento: partiamo troppo spesso dal presupposto di aver già capito come funzionano davvero sia l‘intelligenza artificiale che la programmazione agentica, quando si tratta di tecnologie recentissime, che si muovono a una velocità tale da rendere qualsiasi risposta potenzialmente superata nel giro di due mesi. Per questo, secondo Romano, il vero lavoro da fare riguarda la definizione di metriche solide, che permettano ai team e alle aziende di individuare per tempo i problemi, compresi quelli legati a sicurezza e responsabilità.
Il carico cognitivo cresce, la scrittura del codice non rilassa più
Uno dei passaggi più diretti dell’intervista riguarda il cambiamento nel lavoro quotidiano di chi sviluppa software. Romano ricorda come, prima dell’era agentica, l’atto stesso di scrivere codice generasse una sensazione di rilassamento, un ritmo che oggi è in gran parte affidato agli agenti AI. Il risultato è un aumento esponenziale del carico cognitivo, perché aumentano di pari passo le decisioni che una persona deve prendere costantemente. Da qui l’invito a non limitare l’attenzione delle aziende agli obiettivi di business, ma a includere anche il benessere e la salute mentale delle persone, condizione necessaria perché continuino a fare questo lavoro con soddisfazione.
Agenti AI come colleghi da gestire, non solo strumenti
Alla domanda su come evitare che gli agenti AI diventino colleghi da gestire, invece di semplici strumenti che alleggeriscono il lavoro, Romano non lascia spazio a interpretazioni: lo sono già. Una constatazione che ridefinisce il modo in cui pensare all’organizzazione dei team ibridi, dove la componente artificiale non è più solo un supporto, ma un attore da coordinare a tutti gli effetti.
Teatro contro appiattimento: la scelta di Luca Marinelli
Sul tema dell’appiattimento dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale, Romano offre una prospettiva diversa da quella più diffusa. Chi lavora davvero dentro la tecnologia, osserva, tende a restare lontano da social e contenuti multimediali generati dall’AI, proprio perché ne conosce i meccanismi. Per questo, quando guarda un film, cerca un’opera fatta da attori veri; ma la sua vera passione resta il teatro, e in particolare l’ultimo spettacolo di Luca Marinelli, ispirato a un’opera di Italo Calvino e in programma anche a Napoli il prossimo marzo. Sul titolo esatto, Romano preferisce non sbilanciarsi, per non rovinare la sorpresa a chi vorrà scoprirlo di persona.
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