Enzo Lombardi: in LLM we trust – ma solo con i dati alla mano
News - 01/07/2026
di Luisa Cassarà
“In God we trust, all others must present data.” Questa citazione è la frase che Enzo Lombardi ha scelto per rispondere a una domanda tutt’altro che scontata: se la scatola magica degli LLM avesse un’etichetta di avvertenza, cosa ci scriveresti sopra? Software architect in Cleafy ed “evangelista degli LLM”, come lui stesso si dichiara, è stato tra i protagonisti di Coderful 2026 ed è proprio in quella occasione che l’abbiamo intervistato.
Chi è Enzo Lombardi, tra codice e sperimentazione
Lombardi si presenta senza troppi giri di parole e la sua affermazione più diretta arriva già nelle prime battute: gli LLM, dice, scrivono codice meglio di lui – e non c’è niente di male nell’affermarlo. Una dichiarazione che dà il ritmo a tutto il resto della conversazione: nessuna retorica sull’intelligenza artificiale, ma l’esperienza diretta di chi la usa ogni giorno per progettare architetture software complesse.
Ciò che l’AI semplifica, ciò che complica
Da architetto abituato a “salire di livello” e guardare la situazione dall’alto, Lombardi individua con precisione dove l’intelligenza artificiale sta cambiando il mestiere. La possibilità di condurre più esplorazioni in parallelo, raccogliendo dati più velocemente, permette oggi di validare o scartare una scelta architetturale con numeri alla mano, invece che “di pancia” o per pura esperienza, come accadeva in passato.
Il vero nodo, però, non è tecnico ma umano: resta forte la diffidenza di chi ritiene che il codice debba comunque essere controllato riga per riga. Il talk di Lombardi a Coderful è nato proprio da qui, dall’idea che occorra dare fiducia a strumenti che dimostrano di saper scrivere codice, costruendo però dei binari solidi perché il treno, pur correndo veloce, non deragli.
Dal Sud al mondo, senza dover per forza partire
Una parte della conversazione ha toccato un tema caro alla community tech del Sud Italia: la necessità, per anni percepita come obbligatoria, di trasferirsi altrove per crescere professionalmente. Lombardi lavora in full remote e racconta la propria esperienza con la concretezza di chi vive quella condizione ogni giorno: se non si presenta in ufficio per un mese, non fa differenza, perché ciò che conta è il lavoro svolto, con una cadenza settimanale concordata con il proprio responsabile.
Non tutte le aziende funzionano così, ammette, e la variabile resta fortemente legata al contesto aziendale: durante il Covid il full remote era la norma ovunque, poi molte realtà sono tornate parzialmente indietro. Nella sua azienda, però, le persone lavorano da Lecce, Rimini, Bologna e da ogni angolo d’Italia, producendo come se fossero ogni giorno a Milano.
Da Seattle a Milano, passando per 25 anni negli Stati Uniti
Prima di stabilirsi a Milano, Lombardi ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti. Tutto è cominciato nel 1998, quando ha ricevuto un’offerta da Microsoft e si è trasferito a Seattle: un’opportunità, racconta, a cui quasi non credeva, anche perché all’epoca le leggi sull’immigrazione erano completamente diverse e il contesto tecnologico apparteneva a un altro pianeta.
Con il tempo, e con lo spostamento di gran parte del lavoro sul cloud, ha capito che avrebbe potuto svolgere le stesse mansioni da Malta, Venezia o Parigi, perché la collaborazione si è progressivamente slegata dalla presenza fisica. Il ritorno in Italia, e la scelta di Milano, sono legati a un motivo molto concreto: dare alle sue due figlie, cresciute negli Stati Uniti, la possibilità di vivere un’esperienza italiana, appoggiandosi alle scuole internazionali della città. Una tappa che, come lui stesso sottolinea, durerà finché ci sarà questa necessità scolastica, per poi lasciare spazio a una nuova destinazione.
L’etichetta di avvertenza degli LLM
Il momento più curioso dell’intervista arriva quando a Lombardi viene chiesto cosa scriverebbe su un’ipotetica etichetta di avvertenza degli LLM. La risposta richiama una frase coniata sulle monete americane, “In God we trust”, trasformata da una citazione in cui si aggiunge che tutti gli altri, LLM inclusi, devono presentare dati. Per Lombardi il messaggio è chiaro: gli output dei modelli linguistici vanno sempre validati, perché non si tratta di una scatola magica, ma di una scatola molto sofisticata, che bisogna imparare a usare bene.
Dove l’AI non dovrebbe mai entrare (e dove invece sorprende)
Non manca, nella conversazione, un confine netto. Lombardi indica gli ambiti più creativi come territorio in cui non vorrebbe mai vedere applicata l’intelligenza artificiale, perché lì il lavoro umano ha un valore che va oltre la computazione: leggere poesie generate da un modello, dice, fa tristezza, perché la poesia esprime un sentimento umano che una macchina non possiede. Eppure, subito dopo, racconta un esperimento che lo ha entusiasmato: ha chiesto a un’AI di imitare Umberto Eco, uno dei suoi scrittori preferiti, per raccontare storie come se fosse lui. Un modo, spiega, per dare a Eco la possibilità di guardare il mondo contemporaneo e raccontarlo ancora, come in un ultimo libro mai scritto.
Una parola sola, “Spettacolare”
Chiusura in perfetto stile Coderful: quando gli si chiede di descrivere l’evento con una sola parola, Lombardi non esita: “Spettacolare“. Una sintesi che racconta bene lo spirito di una giornata pensata per far incontrare developer, aziende e community, e che Innovation Island, in qualità di main media partner della manifestazione, ha raccontato da vicino attraverso le voci dei suoi protagonisti.
Questo contenuto è stato scritto da un utente della Community. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore.