Il protezionismo dei laboratori non salva i posti di lavoro: li manda all’estero
Editoriale - 22/10/2026
di Pietro Navarra
L’H1-B è il visto che consente ai datori di lavoro americani di assumere temporaneamente lavoratori stranieri altamente qualificati. Il 25 agosto scorso la proposta dell’amministrazione Trump di aumentare a oltre 100.000 dollari la tassa associata all’H-1B è stata sottoposta a consultazione pubblica. Il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti (Department of Homeland Security, DHS) dovrà adesso esaminare i commenti e pubblicare una norma definitiva. L’obiettivo dell’innalzamento significativo dei costi per il rilascio del visto è esplicitamente quello di spingere le aziende ad “addestrare americani” invece di assumere personale qualificato straniero.
Il Regno Unito, con il White Paper sull’immigrazione del 12 maggio 2025, ha imboccato la stessa strada: ha alzato la soglia salariale minima per la Skilled Worker Visa quasi raddoppiandola da 26.200 a 41.700 sterline l’anno.
Anche l’Australia si è aggiunta agli altri due Paesi anglofoni. Sono state introdotte, infatti, nuove restrizioni sui visti per lavoratori qualificati per ridurre l’accesso degli stranieri al mercato del lavoro per favorire le assunzioni dei cittadini australiani.
Tre paesi, tre governi, la stessa scommessa: rendere più difficile e costoso per le aziende assumere ingegneri, ricercatori e informatici stranieri per occupazioni altamente specializzate e, conseguentemente, favorire l’occupazione interna.
Se a prima vista la ratio delle misure adottate nei tre paesi menzionati sopra può sembrare comprensibile, una più attenta analisi rivela tutta la fallacia delle misure adottate sia in termini di occupazione nazionale che di effetti sulla capacità innovativa dell’economia.
Consideriamo la decisione presa dal governo americano nel 2004 di tagliare di due terzi i visti H-1B. Fu una scelta pensata esplicitamente dall’amministrazione dell’epoca per proteggere il mercato del lavoro interno. Ricercatori autorevoli ci dicono che l’obiettivo non fu raggiunto.
Lo studio di Nayak, Moreira e Mudambi, pubblicato nel 2025 sul Journal of International Business Studies, analizza un campione di 707 multinazionali statunitensi e 371.856 brevetti. Gli autori dimostrano che il taglio dei visti del 2004 ha spinto le aziende a incrementare del 4,7% la dispersione geografica dei gruppi di ricerca verso le filiali estere. La conseguenza è stata un calo del 4,15% nella produzione complessiva di brevetti e una riduzione del 5,32% nella novità tecnologica dei progetti portati a termine. Il punto non è solo quantitativo: spezzare le équipe e distribuirle su più sedi aumenta i costi di coordinamento e indebolisce quelle interazioni quotidiane, spesso informali, da cui nascono le idee più originali. Per questo a calare non è soltanto il numero dei brevetti, ma anche la loro qualità innovativa.
Sulla stessa linea si colloca lo studio di Britta Glennon, pubblicato su Management Science. Quando un’impresa multinazionale ottiene meno visti del previsto alla lotteria H-1B, buona parte della mancata crescita occupazionale si sposta verso le filiali estere, mentre l’occupazione domestica di lavoratori nativi resta invariata. La reazione delle imprese alle restrizioni, insomma, non è assumere in loco, ma rilocalizzare. Per un’azienda globale con filiali già operative in altri paesi, infatti, spostare una parte del lavoro è spesso un’alternativa meno costosa che cercare sul mercato interno profili che, in quel momento e in quella specializzazione, semplicemente non ci sono.
Nel loro insieme, questi risultati indicano che la riduzione dei visti H-1B nel 2004 ha provocato un calo dell’occupazione di lavoratori stranieri altamente qualificati senza generare, in cambio, alcun aumento delle assunzioni di lavoratori nativi. Le analisi mostrano, quindi, che personale statunitense e personale straniero operano come fattori complementari, non sostituibili l’uno con l’altro: un ingegnere in più, da qualunque paese provenga, rende più produttivo il lavoro dei colleghi e consente all’impresa di avviare progetti che altrimenti non partirebbero. Togliere un pezzo di quella squadra non libera un posto per qualcun altro, ma riduce il perimetro di ciò che l’azienda è in grado di fare. Il tetto ai visti si rivela così un limite alla crescita e alla capacità di innovare delle imprese, più che una misura di protezione per l’occupazione locale.
Da qui discende una conclusione che contraddice l’intuizione di partenza. L’idea che sta dietro ai tetti ai visti è un ragionamento a somma zero: se l’azienda non può assumere uno straniero, assumerà un nativo. Ma le imprese che impiegano ingegneri e ricercatori non sono realtà immobili. Sono, nella maggior parte dei casi, grandi imprese che operano spesso con sedi, filiali e laboratori in più paesi, e il lavoro che non può più essere svolto in una sede può essere svolto in un’altra. Quando un governo chiude il canale d’ingresso, il progetto non scompare e la domanda di competenze non si dissolve: cambia indirizzo. Il posto di lavoro che si voleva proteggere non è mai stato in concorrenza con quello che si è bloccato. A perderci, oltre al lavoratore straniero che non entra, è il paese, che vede uscire con quel posto anche le competenze, i brevetti e i ricavi che ne sarebbero derivati.
Usare i tetti ai visti significa, in definitiva, scambiare un problema strutturale, il divario tra domanda e offerta di competenze avanzate, con una misura che ne aggrava solo la componente più mobile: quella della ricerca e sviluppo, capace di rilocalizzarsi altrove in breve tempo. E il problema di fondo resta intatto: se mancano competenze, la risposta è formarle e attrarle, non rendere più costoso il ricorso a quelle disponibili.
Per un paese come l’Italia, che non si distingue per la capacità di attrarre flussi di immigrazione qualificata, la lezione è duplice. Primo, qualunque irrigidimento delle nostre politiche di ingresso per personale scientifico e tecnico straniero rischierebbe di produrre, su scala ridotta, lo stesso effetto boomerang documentato per il caso americano. Prendiamo un’ipotesi: il centro di ricerca di una multinazionale farmaceutica o tecnologica in Sicilia che per un nuovo progetto ha bisogno di bioinformatici, ingegneri dei materiali o data scientist non reperibili sul mercato interno. Se assumerli diventa più lento o più costoso, il progetto non passa a un laureato italiano: viene affidato a una sede in un altro paese. Una filiale italiana, per sua natura, è più facile da ridimensionare di una sede centrale, e il risultato sarebbe meno ricerca svolta in patria, non più occupazione per i nostri laureati.
Secondo, ogni restrizione imposta dai grandi hub tecnologici globali libera temporaneamente talenti e capitali di ricerca che potrebbero essere intercettati da chi offre condizioni di ingresso più favorevoli. E c’è già chi si muove. Il Canada ha annunciato un investimento decennale da 1,2 miliardi di dollari in stipendi, infrastrutture e finanziamenti per reclutare oltre mille medici, scienziati e ricercatori, e ha previsto un percorso accelerato per i titolari di visto H-1B.
Intercettare talenti, cogliendo l’opportunità legata all’inasprimento dei costi della immigrazione qualificata in alcuni paesi, richiede però infrastrutture normative e fiscali competitive, oggi in gran parte assenti in Itali. Servono procedure di visto rapide e prevedibili, perché un ricercatore con più offerte sul tavolo sceglie il paese in cui sa quando potrà iniziare a lavorare. Serve un trattamento fiscale attraente e, soprattutto, stabile. Il regime per gli impatriati, riformato per i rientri dal 2024, offre oggi una riduzione del 50% dell’imponibile per un massimo di cinque anni, dopo almeno tre anni di residenza fiscale all’estero (e la riforma ha ridotto sia la durata sia la platea dei beneficiari). Chi decide dove trasferire la famiglia e la carriera ragiona su orizzonti lunghi, e regole che cambiano dopo pochi anni pesano quanto l’entità dello sconto. Serve infine un ecosistema di ricerca che offra carriere, e non solo contratti. Stipendio, prospettive di crescita d certezza delle regole sono le ragioni dell’emigrazione dei nostri laureati e devono essere gli stessi fattori che un ricercatore straniero valuterà prima di scegliere l’Italia.
In un momento in cui la competizione globale per i talenti si sta inasprendo proprio a causa delle politiche restrittive altrui, quindi, la vera scelta strategica per un paese di medie dimensioni non è se chiudere le porte, ma quanto velocemente saperle aprire, e farlo meglio degli altri.
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