Startup e problemi reali: quando l’innovazione sociale ridisegna il ruolo degli hub

Nei classici hub dell’innovazione ogni startup gioca la propria partita: obiettivi individuali, crescita, risultati economici. Esiste però un modello diverso, in cui la comunità lavora insieme su problemi concreti e la tecnologia diventa uno strumento per affrontarli. È l’innovazione sociale, la strada scelta da Antonio Perdichizzi, presidente e founder di Isola Catania, uno degli hub di innovazione più attivi del Sud Italia.

Perdichizzi ha portato questa prospettiva a “S3 Sicilia – Storie di Innovazione“, l’appuntamento di Connessioni Digitali che a Favignana ha messo a confronto istituzioni, ricerca e imprese della blue economy. Nel panel dedicato a startup e nuove tecnologie, la domanda era una: come si costruisce in Sicilia un ecosistema capace di generare talenti e di trattenerli?

Cosa distingue un hub di innovazione sociale

La sfida, spiega Perdichizzi, è costruire un hub con una caratteristica che pochissimi hanno. “Noi siamo un hub di innovazione sociale, vuol dire che usiamo l’innovazione per provare a risolvere i problemi”.

La differenza sta nel modo di lavorare. Nei classici hub, osserva, le startup fanno una partita “molto individuale, molto orientata a raggiungere i propri obiettivi che spesso hanno a che fare molto con gli aspetti finanziari ed economici”. Il modello sociale ribalta questa logica: la comunità collabora insieme per trovare soluzioni condivise.

La sfida dell’acqua come esempio concreto

Per spiegare il concetto, Perdichizzi sceglie un tema al centro anche del confronto di Favignana: l’acqua. Isola ospita un hub di livello europeo, con startup che arrivano da tutta Europa per aiutare i sistemi agricoli e agroalimentari a usare l’acqua in modo efficiente grazie alla tecnologia.

È qui che la distinzione diventa evidente. “È sempre startup, è sempre innovazione, ma se è rivolta a risolvere un problema diventa un’innovazione sociale, di cui credo abbiamo tantissimo bisogno”.

Comunità di innovatori, ma anche di attivisti

L’aspetto più interessante, per Perdichizzi, è che questo approccio genera nuovi tipi di comunità. “È una comunità non preesistente”, spiega. Ne fanno parte persone curiose, disposte a mettersi a disposizione degli altri, con competenze o visioni del mondo diverse, che si sentono legate soprattutto “da uno scopo comune”.

Sono comunità che vanno oltre il perimetro tecnologico: “sono comunità di innovatori, sì, ma sono comunità anche di attivisti, di persone che hanno a cuore il futuro del nostro territorio”. Il processo diventa così comunitario e sociale, non soltanto imprenditoriale.

«In Sicilia abbiamo tutto, ci manca il resto»

Per raccontare il punto di partenza, Perdichizzi usa una frase celebre di Pino Caruso: “In Sicilia abbiamo tutto, ci manca il resto“. Il potenziale dell’isola, osserva, è sotto gli occhi di tutti, ma “è come se mancasse sempre l’infrastruttura X, il collegamento Y, le istituzioni Z”.

La risposta non passa dall’attesa. “L’idea nostra è rimboccarci le maniche”, spiega, nella consapevolezza delle molte complessità ma anche della convinzione che persone e risorse, messe insieme, possano risolvere almeno in parte il problema. Da qui la sua conclusione: “una Sicilia possibile si possa costruire, si possa costruire insieme”.

Nel corso del panel, Perdichizzi ha ricordato che ogni ambito della S3 Sicilia ha un valore che, messo in rete, genera economia e sviluppo sostenibile. Il nodo, a quel punto, diventa come fare sviluppo rispettando le comunità. È in questa chiave che il tema dei talenti trova una possibile risposta: un ecosistema trattiene chi ci lavora quando gli offre, oltre alle opportunità, uno scopo da condividere.

Progetto cofinanziato dalla Regione Siciliana, Assessorato per le Attività Produttive, iniziativa “Sicilia che piace” – Capitolo di Bilancio 342525.

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