L’algoritmo non è un destino: come riscrivere le regole del web e ricostruire la fiducia
Connessioni Digitali - 12/05/2026
di Luisa Cassarà
Abbiamo esplorato le crepe profonde dell’utopia digitale: dalla dittatura degli algoritmi alla crisi del modello predatorio, passando attraversi i danni inflitti alla cosiddetta “Generazione Ansiosa“. Ma, dopo una diagnosi così severa, qual è la terapia? Come si esce da questa spirale senza cadere in un luddismo fuori tempo massimo?
La risposta è lungo la strada tracciata da Riccardo Luna, nel corso del suo intervento a “Connessioni Digitali”. Una strada che non prevede la distruzione della tecnologia, ma un radicale cambio di paradigma che si fonda su tre pilastri: regole intelligenti, comunità reali e, soprattutto, fiducia.
Salvare l’informazione: qualità e “Live Journalism”
Il primo nodo da sciogliere riguarda il dibattito pubblico e il giornalismo, vittime di un ecosistema che premia la rabbia, la paura e la diffusione delle bugie. La salvezza, per chi fa informazione, consiste nello smettere di inseguire ciecamente i numeri, il traffico e le regole SEO imposte dalle grandi piattaforme. Sulla quantità e sulla velocità, la rete e l’Intelligenza Artificiale vinceranno sempre.
L’unica via d’uscita è tornare a costruire prodotti di altissima qualità, pensati non per catturare un clic distratto, ma per nutrire una comunità. L’esempio citato da Luna è quello de Il Post, una testata che è riuscita a convincere 120.000 persone a pagare un abbonamento annuale pur di sostenere un progetto fatto di cura, attenzione e assenza di demagogia. Perché un giornale, prima ancora che una raccolta di articoli, è “una comunità di persone che condivide un modo di vedere il mondo”.
A questo ritorno alla qualità deve affiancarsi il Live Journalism: iniziative fisiche, proprio come “Connessioni Digitali”, in cui si esce dalla rete per guardarsi negli occhi, far nascere idee e ricordarsi che “il mondo fuori, anzi il mondo qui, è più bello di quello che sta dentro il telefonino”.
Regolare i social: oltre i divieti assoluti
Se il recupero della qualità vale per gli adulti, la sfida si fa ancora più delicata quando si parla di tutela dei minori. L’istinto immediato della politica di fronte ai danni cognitivi e psicologici dei social network è spesso quello di imporre muri invalicabili. Luna cita il caso dell’Australia, che ha varato un divieto assoluto di accesso fino ai 16 anni, scontrandosi immediatamente con le cause legali promosse dagli stessi quindicenni che usano quegli strumenti per informarsi e fare attivismo.
I divieti anagrafici assoluti, nell’era digitale, rischiano di essere aggirati o di rivelarsi eccessivi. La soluzione proposta non è spegnere internet, ma pretendere come i ragazzi ci stanno dentro. Se per guidare un motorino o una macchina ci sono tappe diverse, lo stesso deve valere per le piazze digitali. Più che un blocco totale a 16 anni, serve un limite d’accesso magari a 14 anni, ma accompagnato obbligatoriamente da algoritmi depotenziati, meno aggressivi e protettivi per la fascia 14-18 anni. Algoritmi che non creino dipendenza e che non bombardino i ragazzi con modelli fisici inarrivabili, proteggendoli realmente, nell’età della loro massima vulnerabilità.
Spegnere il controllo, riaccendere la fiducia
Ma le regole imposte dall’alto non bastano se non c’è una rivoluzione anche all’interno delle case e delle scuole. L’errore più grave che abbiamo commesso come educatori è stato quello di sostituire il dialogo con l’iper-controllo digitale.
Abbiamo introdotto strumenti micidiali come il registro elettronico, che azzera l’autonomia dello studente comunicando ogni insufficienza in tempo reale. Abbiamo imposto ai nostri figli la geolocalizzazione continua sui loro smartphone, mascherandola da sicurezza, ma trasmettendo in realtà un messaggio devastante: “non mi fido di te in nessun modo“. Così facendo, abbiamo ammazzato il sano rapporto genitore-figlio, fatto anche del diritto di nascondere temporaneamente un brutto voto o di conquistarsi la propria libertà passo dopo passo.
Per curare gli adolescenti intrappolati in questa rete, la soluzione suggerita dagli psicologi e ricordata con forza da Luna si riassume in una regola d’oro: “Amami di più, quando me lo merito di meno”. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere i radar digitali. Quando i nostri ragazzi sono in difficoltà e si chiudono nelle loro stanze, non serve sequestrare i dispositivi o aumentare la sorveglianza. Serve dimostrare che siamo lì per loro, tornando a costruire relazioni autentiche basate sull’amore, sul dialogo e, soprattutto, su una fiducia incrollabile.
Con questo ultimo contenuto si conclude il nostro approfondimento dedicato alle sfide dell’era digitale discusse a “Connessioni Digitali” con Riccardo Luna, a partire dalla presentazione del suo libro “Qualcosa è andato storto”. La tecnologia ci ha posto di fronte alle nostre più grandi debolezze, ma ci ha anche fornito gli strumenti per capire gli errori fatti. La via per ripartire esiste: richiede lo sforzo di essere meno consumatori passivi e più costruttori di comunità, riprendendoci il nostro tempo e i nostri legami umani.
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