Prima i requisiti, poi l’AI: la regola per non sprecare tempo e budget su un progetto

Quanti progetti nati sull’onda dell’entusiasmo per l’intelligenza artificiale finiscono, in silenzio, in un cimitero digitale fatto di budget spesi e demo mai arrivate in produzione? È una delle domande da cui parte la nostra conversazione con Zelda Ailine Luconi, Senior Cloud Architect di Datwave. Nel suo lavoro quotidiano – che consiste nel costruire pipeline dati e infrastrutture cloud – la differenza tra un progetto che vive e uno che muore si gioca tutta prima ancora di scrivere la prima riga di codice.

L’abbiamo intervistata in occasione dell’edizione 2026 di Coderful, che ha messo al centro proprio l’intelligenza artificiale.

Prima i requisiti, poi l’AI

Alla domanda su come riconoscere se un progetto ha davvero una vita utile o è destinato a finire nel “grande cimitero dell’AI”, Luconi non ha dubbi sul punto di partenza: “Bisogna sempre iniziare dai requisiti quindi, prima ancora di domandarsi se è un progetto che richiede l’AI, bisogna chiedersi qual è il fine di questo progetto”. Sulla base di questa valutazione, è necessario esplorare requisiti e data sources, per capire qual è la direzione giusta.

Viaggiare trasversalmente, dentro e fuori dal lavoro

Luconi si definisce una lifelong learner, qualcuno a cui piace uscire dalla propria comfort zone per costruirsene una nuova. Il segnale che è il momento di cambiare rotta, spiega, arriva quasi sempre dagli altri: “A me piace sempre viaggiare trasversalmente“, afferma, spiegando di non essere una persona che rimane “verticale” su una sola cosa, sia a livello professionale che privato.

“Questo mi permette sempre di entrare in contatto con persone diverse”, aggiunge, spiegando subito che, in questo modo, anche un semplice caffè può diventare uno spunto di riflessione.

Da un romanzo distopico all’ingegneria del linguaggio, fino ai dati

Il suo ingresso nel mondo IT ha un’origine insolita, cioè un libro: The Circle di Dave Eggers. Come spiega lei stessa, è un libro “un po’ vecchiotto, però è un libro distopico che parla di come la tecnologia possa mutare anche la persona stessa”. Da lì, racconta, il percorso è stato tutt’altro che lineare: prima l’ingegneria del linguaggio naturale, poi l’ambito dati, oggi le entità agentiche – che riportano di nuovo il linguaggio al centro. Un’alternanza continua, dice lei stessa, tra il testare qualcosa di vicino, tornare indietro e andare avanti, nel rispetto dell’attitudine da lifelong learner di cui ci già parlato.

La frase che le fa venire voglia di spegnere tutto

Sull’intelligenza artificiale si dice di tutto, in questi mesi. Ma c’è una frase in particolare che a Luconi fa venire voglia di chiudere il computer e uscire a fare una passeggiata: “Risolverà tutti i nostri problemi”.

Il costo nascosto dietro il costo

Ogni sistema AI ha costi che non si vedono subito: energia, dati, manutenzione, dipendenza da altri servizi. Per Luconi, però, ce n’è uno che quasi nessuno considera: «È l’impatto ambientale. Non parliamo della quantità di token che paghiamo, non parliamo dell’energia per tenere attivo il data center, ma parliamo per esempio del sistema di raffreddamento che tiene il data center in vita”. Un tema di cui, ammette, si discute ancora troppo poco.

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